Fabrizio Macchi ospite d’onore della Gazzetta al Salone del Ciclo

Il campione varesino, insieme al collega lecchese Fabio Triboli, è rientrato dal Mondiale di ciclismo per disabili di Aigle (Svizzera), dove ha vinto tre medaglie di bronzo

Su Fabrizio Macchi è difficile trovare qualcosa di adeguato da scrivere. "Il fenicottero", come è soprannominato, è da anni un protagonista assoluto dello sport. Lo chiamano "atleta disabile", ma disabile è un termine che non gli si adatta: con la sua unica gamba rimasta fa cose che, in paragone, molti altri non potrebbero fare neppure se ne avessero tre.
Oggi Fabrizio, di ritorno dal Mondiale di Aigle, in Svizzera, insieme al "collega" lecchese Fabio Triboli, ha incontrato una piccola folla di ammiratori, curiosi e – inevitabilmente – giornalisti presso lo stand della Gazzetta dello Sport all’Eicma, il Salone del Ciclo in svolgimento presso la Nuova Fiera di Rho-Pero. Ad Aigle entrambi sono andati in medaglia: Macchi ben tre volte, centrando in tutte e tre le occasioni il bronzo, lunedì 11 con
l’inseguimento su pista e il primo bronzo della collezione, il giorno dopo nei mille metri su pista, infine venerdì 15
settembre nella cronometro su strada.
Triboli ha vinto l’argento a cronometro, e alle Paraolimpiadi di Atene 2004 aveva già portato a casa un argento e un bronzo.

"Per arrivare al successo conta l’allenamento, certo, ma soprattutto la testa, la volontà, la concentrazione" spiega l’atleta varesino, al cui ricco palmarès manca ormai solo un oro olimpico – l’obiettivo è Pechino 2008. E diventa non facile, per chi come lui compete a livello agonistico con l’impegno dei veri sportivi, mantenere l’intensità necessaria, dal momento che le gare, nel mondo dello sport per disabili, sono comprensibilmente più rare. "Pensate che da giugno a settembre non ho gareggiato, mi sono solo allenato" rivela Macchi. Diventa quindi necessario sfruttare gli obiettivi di ogni singola stagione mirando ad essi con impegno costante, anche quando si programma sul lungo termine, in vista ad esempio di un’Olimpiade.

Fra i sorprendenti risultati ottenuti da Fabrizio Macchi c’è il record dell’ora della sua categoria, portato a ben 38,562 km, a Varese, il 19 ottobre 2000. "L’ora è una sfida con se stessi, una prova molto particolare, che richiede un impegno totale, assoluto, e completamente diverso da un inseguimento in pista o una prova su strada" racconta. Il fatto di aver potuto provare ed allenarsi nella sua città è una fortuna che purtroppo non molti hanno. "Sono fortunato, perchè a Varese abbiamo una pista, non dico bellissima, ma c’è" sottolinea il campione. "Il problema è che le piste in cui si gareggia sono in legno, da 250 metri, mente in Italia quasi tutte le piste sono in cemento, da 400 o 333 metri: ci passa una bella differenza, e per allenarci a dovere dobbiamo andare all’estero". Su questo punto gli dà man forte Triboli: "Non abbiamo una sola pista al coperto da Trento alla Sicilia. Ina ltri Paesi, ad esempio in Olanda, ci sono città di 50.000 abitanti con quattro piste; non ci si deve meravigliare poi se nazioni come l’Olanda stessa, o l’Australia, esprimono molti campioni nel ciclismo su pista".

C’è poi un altro elemento, ed è Fabrizio Macchi a metterlo in luce: "All’estero gli atleti disabili nei limiti del possibile si allenano con i normodotati, con gli stessi tecnici, da noi no". L’appello finale che chiediamo a Fabrizio è rivolto da un lato alle istituzioni politiche e sportive, dall’altro a chi come lui si trova a dover fronteggiare un handicap fisico: "prima di tutto servono più impianti, più strutture. Abbiamo delle piste, ma sembrano ancora quelle dell’Ottocento. A chi è disabile dico che lo sport è uan grande medicina, che cura molti mali del corpo e dello spirito. Uscire di casa, fare dello sport, socializzare, sono un tutt’uno". Parola di campione.

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Pubblicato il 18 Settembre 2006
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