I pescatori potevano salvarlo

Il rammarico di Ernesto Giorgetti per non esser stato chiamato subito si unisce allo sconforto per la troppe "chiacchiere" intorno al lago

La recente tragedia avvenuta sul lago di Varese ha causato, a noi del posto e anche per così dire addetti ai lavori, un profondo dolore con il bisogno di esprimerlo pubblicamente, perchè valga come una sentita partecipazione umana e una ben pallida consolazione per i parenti.

Ma nel sentimento di grande tristezza c’è anche del rimpianto. E forse, pensando ai modi e ai mezzi adatti ad evitare altre tragedie possibili, sarebbe giusto fare una breve analisi sul come sono stati condotti i soccorsi. Non per malanimo verso nessuno, ma solo con l’intento di poter dare un contributo utile a una migliore protezione sul lago in avvenire.

La tragedia ha avuto inizio quando la piccola canoa gonfiabile ha lasciato l’Isola Virginia diretta al porticciolo di Cazzago. Forse, delle bandiere segnaletiche poste nei maggiori approdi del lago che avvisassero del pericolo di un forte vento imminente, come si fa al mare, potrebbero scoraggiare dal fare delle traversate  azzardate dei turisti ignari della alta pericolosità metereologica a cui va soggetto il lago di Varese.

Molti, ingenuamnete, lo ritengono solo uno specchietto d’acqua per giocarci, su cui le onde non fanno molta presa.

C’é poi da dire che nel caso di trovarsi improvvisamente nel mezzo di un lago tumultoso (per il vento da nord o per il temporale) occorre avere la nozione di una norma sicura, e cioè: non contrastare l’onda oltre una certa forza del vento, ma tagliarla in diagonale se possibile, o lasciarsi andare completamente alla deriva. Tenersi aggrappati saldamente all’imbarcazione, seduti sul fondo perchè la barca, se non è gravata da un pesante motore, è in questi casi il rifugio più sicuro e tende a galleggiare. Il vento stesso la porterà a riva.

Ma vediamo il caso in particolare. Qualcuno mi avvertì del naufragio, e sono sceso al porto. Ma erano ormai quasi le dieci di sera, e già in me si faceva stada più che la speranza, la pena. C’erano gruppi di adetti alla prortezione civile che gremivano la  piazzuola. Barconi dei vigili traversavano tra le onde sul lago. Un paio di elicotteri volavano avanti e indietro a una certa altezza a perlustrare in lungo e in largo, che cosa? il lago? il cielo? A squadre, gli uomini e le donne, tutti assai volenterosi, sono partiti a ispezionare il canneto per il lungo delle rive. Una grande manifestazione di solidarità civile,  una grande partecipazione umana, ma un minimo di esperienza visibilmente mancava.

Poco dopo sono circolate voci che il corpo del bambino era stato ritrovato. Ho cercato di ricostruire  mentalmente la dinamica dell’accaduto.

 La piccola canoa si era rovesciata, o quantomeno aveva sbalzato fuori i suoi occupanti in un punto non precisato tra l’Isolino e il porto di Cazzago.  I quali, verosimilmente, avranno cercato  di  aggraparsi all’imbarcazione. Ma il bambino avrà presto ceduto, sopraffatto dallo sforzo. Siccome galleggiava per via del salvagente che indossava, il padre l’avrà visto rimanere indietro,  perché la barca certamente filava a maggiore velocità. Io penso che certamente avrà deciso di raggiungere il bambino, se appena sapeva un poco nuotare.  L’avrà accompagnato per un poco, finchè ce l’ha fatta, e a quel punto è sprofondato. Un testimone aveva già riferito che l’imbarcazione  era subito giunta a riva, arenandosi alcune decine di metri dalla foce del Brabbia. Il vento soffiava da nordest. Non erano ancora le cinque pomeridiane. Su quella linea immaginaria a partire dall’imbarcazione arenata verso la direzione del vento andava diretta la ricerca, e immediatamente. Sperando che i naufraghi galleggiassero alla superficie, era su quella linea che andavano concentrati gli sforzi della ricerca.

Allo stesso modo, è sulla stessa linea che andava poi ricercato il corpo del padre, perché la risacca, in una zona piana e ompogenea come questa della Brabbia, innesca delle correnti di fondo quasi esattamente opposte alla direzione del vento.

A quanto pare nesuno possedeva questa semplice nozione di buonsenso, e le ricerche si sono disperse su una grande zona di lago, rendendo improbabile il ritrovamento.

E ora , con l’afflizione, affiorano anche considerazioni e domande che accrescono la pena e anche la rabbia. Non c’era nessuno all’Isolino, da dove è stata osservata la tragedia, in grado di intervenire? Perché non è stato subito avvisato qualcuno pratico del lago, come ce ne sono a Biandronno e a Cazzago? Sono in grado la Protezione Civile e le altre associazioni di intervenire utilmente  in un ambiente conosciuto malamente o per sentito dire?

Insomma, ripeto senza malanimo e con tutto il rispetto, io ho visto una bella manifestazione di buona volontà da parte di molte persone beneintenzionate e meritevoli, e una esibizione di mezzi impotenti da parte della organizzazione.

Ma la mia rabbia ha altri motivi, avendo passato tanto tempo della mia vita sul lago. Perchè  non ero presente al momento giusto, e perchè nessuno dei pescatori professionisti o delle ormai poche persone pratiche del lago si trovava al momento nei paraggi. E perché non si riesce a far intendere alle cosiddette autorità che si dovrebbe, invece di fare tante chiacchiere vane a scopo propagandistico ( il lago è vivo, il lago è in festa, il lago qui il lago là),  offensive per chi conosce veramente il lago, spendere quattro parole e un po’ d’impegno per fornire a chi lo usa solo per fare qualche gita il bagaglio di alcune semplici nozioni comuni.

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Pubblicato il 08 Novembre 2006
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