Missioni pericolose, «si rischia la vita per lasciare un segno»
Parla Istvan, tenente della Croce Rossa Militare, più volte in missione in zone di guerra o in teatri di calamità naturali per prestare soccorso
Ha solo tre anni in più di Claudio Moroni, il cooperante rapito oggi a Gaza. Ma l’impegno ad operare in campo internazionale in teatri di guerra e sulle calamità naturali è quello dell’esperto. Istvan Piffer Gamberoni, varesino, tenente del Corpo militare della Croce Rossa Italiana ha 39 anni ma è già un veterano delle operazioni internazionali di assistenza alle popolazioni colpite dalla guerra. Di professione fa l’infermiere ma quando arriva la cartolina precetto parte. E’ stato a Bagdad, in missione per il Ministero degli Affari Esteri, a Nassirya, con i militari italiani e in Pakistan, dove nell’ottobre del 2005 partì, con un preavviso di sole quattro ore, in missione umanitaria per dare soccorso alle popolazioni allora colpite dal terremoto. Sui rischi di missioni di questo genere Istvan, che non conosce direttamente Moroni, ma ne ha sentito parlare negli ambienti della cooperazione, non ha dubbi: «I rischi sono altissimi: in ogni momento si può essere rapiti, feriti, o peggio – spiega – . Ho assistito in Iraq a diversi attentati, ho visto i morti. Certo ci insegnano a non rischiare, a non esporsi, ma in un teatro di guerra può succedere di tutto».
Le soddisfazioni, però, sono molte. «In missioni di questo genere l’obiettivo è sempre quello di aiutare le popolazioni ma lasciando un segno – conclude Istvan – : il miglior lavoro che si può fare consiste nella formazione in loco di personale sanitario in grado di prestare aiuto in modo autonomo. Spesso si pensa a queste missioni come operazioni di aiuto “materiale”, ma in realtà moltissimi volontari si sforzano a prestare i soccorsi offrendo capacità logistica e formazione».
Prima di partire, di solito, vi sono dei corsi della durata di 15-20 giorni per la formazione del personale. A volte l’attesa, se si è esperti, è di poche ore. Su una cosa Istvan vuole mettere l’accento: il grande impegno dei volontari. Ogni anno tra le 80 e le 100 persone partono da Varese e provincia per missioni umanitarie all’estero: una fetta consistente e silenziosa di uomini e donne che rischiano in prima persona col solo obiettivo di aiutare gli altri.
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