“Quell’onda vigliacca era lì ad aspettarlo”
Quarto giorno di ricerche. Al campo base allestito a Cassinetta, oltre ai soccorritori, anche gli amici e i compagni di tante escursioni alpinistiche
Quarto giorno di ricerche. Alle otto del mattino a Biandronno, sul lago di Varese, ci sono 5 gradi. La luce del sole è quasi accecante, ma non scalda. Al campo base, allestito nel campo sportivo di Cassinetta, gli uomini del soccorso alpino, della protezione civile e dei vigili del fuoco sono pronti a riprendere le ricerche di Livio Visintini. Con loro, anche il fratello e gli amici, quelli del Cai, compagni di tante escursioni in montagna. Sono lì, chiusi nel loro dolore a testimoniare un’amicizia forte e solida.
Nessuno, però, vuole parlare. D’altronde, in montagna con Livio Visentini si parla poco. Quando un uomo è un punto di riferimento per una comunità così particolare, come quella degli alpinisti, allora a parlare sono le azioni, le scalate e l’insegnamento portato avanti fino a quel maledetto mercoledì primo novembre.
(foto: la ripartizione delle squadre di ricerca sabato 4 novembre)
Nella logica di chi va in montagna, più che in altri, c’è sempre l’ombra del destino che incombe. I loro sguardi sono eloquenti più delle parole. Sembrano dirti: «quell’onda vigliacca era lì ad aspettarlo». Come una valanga improvvisa, come una scarica di sassi che ti travolge quando sei appeso alla parete. C’è poco da spiegare, poco da dire. Qualcuno sussurra a mezza bocca: «quante stupidaggini sono state dette in questi giorni». Nessuno di loro vuol parlarne, nè nel bene, nè nel male, anche se molti di quelli che sono lì a Cassinetta si sono avvicinati alla montagna e l’hanno amata proprio grazie a Livio Visintini e ai suoi corsi di alpinismo, alla sua grande capacità di coinvolgere le persone.
Visintini, molti anni fa, è stato il primo ad organizzare un corso di avvicinamento alla montagna, perché «nell’alpinismo non ci deve essere solo l’accademia o l’università». Un atteggiamento defilato, sobrio. Nonostante le sue grandi competenze non ha mai avuto l’atteggiamento del protagonista, anche quando lo era perché cavava dai guai persone che senza di lui in cima ad una vetta non avrebbero mai trovato la via del ritorno. È lo stile Visintini.
Le sue escursioni alpinistiche non sono cose eclatanti, straordinarie o robe da guinness dei primati. Sono viaggi particolari, studiati nei minimi dettagli. Alla scoperta di ambienti sconosciuti, fuori dai circuiti classici. Cime spesso senza nome o solo siglate. Nella spedizione nella valle dello Zanskar, ad esempio, nel Piccolo Tibet, Visintini ha affrontato una cima di 5600 metri in stile alpino classico: senza campi base, senza sherpa, ma riprendendo dal punto in cui si era arrivati il giorno prima. In una valle laterale del Bhagirathi, in India, è salito su un settemila semisconosciuto, dopo aver viaggiato a piedi e senza portatori per una settimana. Una cima che prima di lui, nel 1934, avevano affrontato solo degli alpinisti austriaci. Questioni di scelte, modi di intendere la montagna.
Che cosa vuol dire essere un punto di riferimento per chi va in montagna? Tutti rispondono allo stesso modo: quando, dopo un corso di alpinismo, si affronta per la prima volta una salita classica si puo’ rimanere impressionati dall’ambiente, dalla maestosità di una parete rocciosa. «In quel momento, avere al tuo fianco uno come Visintini, vuol dire molto».
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