Schianto in autostrada, morto Clay Regazzoni
L'incidente tra la Cisa e l' A1. L'ex pilota ticinese rimase paralizzato nel 1980 durante il Gran Premio degli Stati Uniti
Un terribile schianto in autostrada (nel tratto di raccordo tra la Cisa e la A1), un altro morto da aggiungere alla lunga lista di quanti hanno perso la vita sull’asfalto. Una tragedia che in questo caso va oltre il dolore dei familiari della vittima, oltre la fredda e tremenda statistica: a perdere la vita sulla A1 è stato Clay Regazzoni (foto tratte dal sito www.clayregazzoni.com), un simbolo dell’automobilismo che aveva già pagato carissima la sua passione per lo sport e per i motori.
Nato a Mendrisio, in Canton Ticino, 67 anni fa, Gianclaudio Giuseppe Regazzoni – Clay da sempre, per chiunque – era costretto su una carrozzella dal 1980 quando, nel corso del Gran Premio degli Usa a Long Beach, venne coinvolto in un incidente che gli fece perdere l’uso delle gambe. Un evento che troncò una carriera brillante, durata per tutti gli anni ’70 e ricca di successi per un pilota arrivato da un Paese nel quale curiosamente le gare automobilistiche in circuito sono vietate per legge. Il suo esordio fu sensazionale: con la Ferrari conquistò la vittoria a Monza (1970) nella quarta gara in Formula 1 e con il cavallino disputò 6 stagioni, inframezzate da un anno con la Brm, nobilitate da altri tre successi (di nuovo a Monza nel ’75). Il pilota ticinese passò poi a Ensign, Shadow e alla giovane scuderia di Frank Williams alla quale regalò il primo Gran Premio di sempre, a Silverstone ’79. L’anno successivo tornò alla Ensign, ma il destino gli presentò per la prima volta un conto salatissimo: nello schianto di Long Beach Clay riportò ferite gravi alla spina dorsale e alle gambe.
Il suo coraggio in pista però fu trasferito nella vita di tutti i giorni: con il passare degli anni diventò sempre più forte il suo impegno per superare i problemi derivati dal suo handicap. Divenne commentatore sportivo, arguto e caratteristico con i suoi baffoni, il suo accento e la sua simpatia a bucare lo schermo. Tornò soprattutto a fare ciò che gli riusciva meglio, guidare a livello agonistico nelle gare di endurance ma pure alla Dakar.
Tutto senza scordare l’impegno verso le persone paraplegiche per cui aveva dato vita a una fondazione che porta il suo nome. Un simbolo, come Ambrogio Fogar, come Alex Zanardi. Un simbolo che un destino terribile ha portato via. Al secondo tentativo.
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