Festa della donna, oltre le mimose
All'origine della festa le lotte politiche e sindacali delle donne nelle New York di un secolo fa, e una tragedia del lavoro che divenne un simbolo: ma oggi la questione femminile è globale
Sulle origini della Festa della Donna, apparsa per la prima volta con questo nome negli USA nel 1909 e in Europa nel 1910-11, vi sono varie ipotesi e non poca confusione, anche perchè si sono sovrapposte nel tempo semplificazioni e talora qualche invenzione "a posteriori". È comunque assodato che essa si ricollega alle lotte politiche e sindacali per i diritti delle donne. All’inizio del Novecento l’ambiente delle lavoratrici era in fermento; da un lato all’altro dell’Atlantico le socialiste erano le prime a reclamare eguaglianza di diritti, e le suffragette facevano il resto chiedendo con forza il diritto democratico al voto. Il primo "8 marzo" che fissò la data per le successive manifestazioni fu convocato a New York nel 1908 ad opera della Social democratic women’s society: era un raduno di massa di 15.000 donne per chiedere orari di lavoro più umani, paghe più dignitose e il diritto di votare. Dall’anno succesivo partì la Giornata internzionale della Donna, su queste basi.
Una tragedia terribile segnò quegli anni, e divenne in seguito un punto di riferimento: avvenne sempre a New York, allora una città travolta da un’intensissima ondata immigratoria, con milioni di semianalfabeti, fra cui un gran numero di donne. Oro per chi cercava braccia a buon mercato. La Triangle Shirtwaist Factory era un’industria tessile che occupava un grattacielo in pieno centro a Manhattan sfruttando circa 500 immigrate in gran parte italiane o dell’Est europeo. I ritmi di lavoro erano bestiali: turni fino a 14 ore consecutive, un orario settimanale che andava da 60 a 72 ore a cucire vestiti, per una paga che non superava un dollaro e mezzo a settimana. Le operaie diedero vita a più scioperi di protesta contro le condizioni di lavoro: nel 1909 proprio dalla Triangle ne partì uno talmente vasto da essere ricora come la Rivolta delle Ventimila. Il 25 marzo (non l’8, come talora si legge) del 1911 un incendio, causato dalla totale mancanza di misure di sicurezza, scoppiò all’ottavo piano del palazzo, e si estese a quello sovrastante. Delle due uscite, una, una scala esterna, collassò subito sotto il peso della gente in fuga, l’altra era stata sbarrata per impedire che le operaie si prendessero pause non autorizzate e per tener fuori sindacalisti e altri soggetti sgraditi. Morirono in 146, quasi tutte donne, spesso lanciandosi dalle finestre, proprio come le vittime dell’11 settembre. I padroni della fabbrica, Max Blanck e Isaac Harris, che erano fuggiti sul tetto e sopravvissero, furono assolti nel giudizio penale da ogni accusa, ma persero poi una causa civile intentata dai sindacati.
Una tragedia tipica dell’era industriale, che accadde un secolo fa in un luogo simbolo del’Occidente, ma che si ripete fin troppo spesso anche oggi, con le medesime modalità e fra l’indifferenza dei media del mondo "sviluppato": accade nei paesi poveri che stanno oggi sperimentando le "magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione. Paesi in cui una duplice battaglia per la dignità della donna è in corso: sul lavoro e in famiglia, contro lo sfruttamento dei padroni da un lato e le violenze e l’oppressione di padri, mariti e fratelli dall’altro, laddove inveterate concezioni patriarcali vengono spacciate per dogmi religiosi. La prossima volta che vi trovate una mimosa in mano pensate alle vittime di cent’anni fa, ma non dimenticate quelle di oggi.
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