C’era una volta Sarajevo…

Seconda puntata del diario di Michele Cimmino, volontario nei Balcani con il Servizio Volontario Europeo

Abitata sin dall’epoca romana, Sarajevo acquisì importanza con l’arrivo dei turchi che governarono la città per quasi quattro secoli. Luogo di sosta per mercanti e carovane, durante l’epoca ottomana la città divenne un importante centro dei commerci lungo la via dell’oriente. L’etimo della città risale probabilmente a questo periodo, prendendo il nome dal saray, termine arabo per indicare un luogo di riposo.

Pensando alla capitale bosniaca, a passi lenti e brevi come in una passeggiata da dopo pranzo domenicale, mi avvio da Salim. L’appuntamento è vicino a Sebilj, la fontana situata all’imbocco di Bravadžiluk, una delle vie principali dell’artigianato bosniaco. Da più di un secolo la fontana è il punto di ritrovo degli abitanti della città e dei suoi piccioni. Vecchie e minute signore ricurve su se stesse si prendono cura dei piccoli ospiti attorno alla fontana. Vestite di pochi cenci, spesso con un fazzoletto avvolto attorno al capo, queste donne sono ormai parte dell’arredo urbano. Persone sole di cui nessuno più si cura, riversano tutto il loro affetto sui piccioni, accudendoli e dando loro da mangiare. L’assedio prima, e il mercato dopo, hanno costretto le vecchie generazioni a una situazione di indigenza, privandole di una dignitosa pensione e delle colonie estive per anziani sulla costa dalmata. La piazza dei piccioni, come è altrimenti chiamata la Fontana di Sebilj, è invasa da raggi di luce che spaziano nel cielo azzurro di primavera. Il sole del primo pomeriggio non permette ancora all’ombra degli alti pioppi neri di allungarsi sui passanti. In questo contesto ritrovo finalmente Salim. Bosniaco di fede musulmana, il mio giovane amico è una di quelle persone che suscitano interesse e curiosità sin dal primo incontro. 

Di padre bosniaco e madre algerina, Salim è cresciuto fra il Magreb e i Balcani, per poi trasferirsi definitivamente a Sarajevo nel 1996 dato che la situazione in Algeria era divenuta critica. Ricordo la prima volta che ascoltai la storia della sua vita. La descrizione di Sarajevo come di un luogo sicuro dove rifugiarsi per sfuggire ai problemi dell’Algeria. Quasi divertente, se fosse una barzelletta. Le mie parole non riescono forse a trasmettere l’autoironia con cui Salim parla di se stesso. Quei suoi piccoli occhietti marroni che mi guardano e sembrano dire: “Eh, eh come sono fortunato io che ho il doppio passaporto, algerino e bosniaco…giramondo spensierato senza problemi di visti!” Nonostante il suo immaginabile buon rapporto con le frontiere, Salim ha viaggiato, parla fluentemente arabo, bosniaco, francese, inglese e sta apprendendo l’italiano. Figlio della cultura araba e di quell’irruenza tutta balcanica, sentirlo parlare è un’esperienza interessante. Dal tono di voce costantemente alto, è impossibile fermarlo quando comincia. Con lui la comunicazione è unidirezionale, tentare di interromperlo un’impresa per pochi eletti e contraddirlo è impossibile. Ogni volta che ci provo, la sua voce sale di tono fino a quando non desisto per sopravvenuta mancanza di fiato. Il volume della sua voce aumenta e non accenna a sosta alcuna. Nonostante ciò, ascoltare i suoi racconti su Sarajevo e sulle sue leggende è affascinante.

Liquidiamo i convenevoli con un abbraccio e subito ci tuffiamo in un amarcord che occuperà buona parte del mio soggiorno in città. Come sempre si mostra interessato all’Italia e alla politica, ai pettegolezzi e alla sua amata Inter. Glisso dicendo che è ormai qualche mese che manco dal mio paese e non segue molto l’evolversi delle vicende. Come due amici che non si vedono da tanto tempo, iniziamo a camminare senza decidere dove andare o cosa fare. La conversazione ci porta vicino alla moschea più grande di Sarajevo. Sulla destra c’è la madrasa, luogo di studio e centro del sapere musulmano fin dal XVI secolo. Prima e dopo gli orari di preghiera, l’andirivieni di studenti è notevole. La moschea di Gazi Husref Beg è immediatamente dall’altro lato della strada. Sono molte le leggende che circondano la moschea e la vita di Husref Beg. Questi fu probabilmente uno dei maggiori benefattori, nonché uno dei costruttori della città. Si racconta che, dopo la morte, egli lasciò tutto il suo patrimonio per il mantenimento della moschea e dell’area circostante. La leggenda dice che un giorno Husref Beg si recò davanti a una corte per certificare il lascito di tutti i suoi beni per opere di carità. Ogni cosa, anche i vestiti che indossava e la casa in cui risiedeva. Il giudice, felice davanti a tanta bontà, gli lasciò tuttavia i vestiti e un tetto sotto il quale dormire, almeno fino al giorno della sua morte. In un altro giorno, un uomo sognò Husref Beg in paradiso, immerso nella bontà di quel luogo sacro. Nel sogno, Husref Beg rispose all’uomo dicendo che lui non aveva meritato il paradiso come ricompensa per il suo operato sulla Terra, ma solo per aver aiutato un povero garzone di una bottega. Questo garzone aveva per errore fatto cadere un bardak (recipiente di porcellana o di terracotta simile ad una caraffa). Avendolo rotto, era ora terrorizzato dall’idea di dover tornare dal suo padrone. Comprandone uno nuovo, Husref Beg aveva evitato al giovane una tremenda punizione e la sua bontà gli aveva fatto meritare il paradiso. Le leggende attorno a Husref Beg, benefattore della città sono conosciute in tutta Sarajevo. I racconti che si tramandano su come fosse facile e profittevole fare affari in città, rimandano a Husref Beg e alla benedizione che questi aveva dato alla città. Chiunque fosse giunto in città indossando poveri sandali, ne sarebbe uscito con nuovi calzari di pelle. Gli anziani sono orgogliosi di raccontare come ogni commercio fosse possibile nella città, solo grazie a Husref Bag e alla sua benevolenza.

Minuto nel fisico e grande nella mente, Salim è un oratore entusiasta delle sue origini. La conoscenza di un’enorme quantità di dati, la rapidità nel fare collegamenti, la ricchezza delle sue espressioni ne fanno un cicerone perfetto. La magnifica facciata della moschea, bianca e illuminata dal sole, è per Salim un luogo di ispirazione.

Un giorno il Sultano chiese a Husref Bag di costruire due moschee, una per se stesso e una per il Sultano. Senza muovere alcuna obiezione, l’ardimentoso Husref si mise al lavoro. Convocò un primo muratore a cui chiese quale fosse la prima cosa da fare quando si costruisce una moschea. Sorpreso da questa domanda, il muratore corrivo rispose che la prima cosa da fare quando si costruisce una moschea, è costruirla. Infastidito da tale considerazione, Husref decise l’esecuzione del muratore e ne convocò un secondo. Davanti allo stesso quesito, il secondo muratore affermò che la prima cosa da fare è costruire una cucina dove i lavoratori possano rifocillarsi per essere in salute e lavorare meglio. Non contento di questa risposta, Husref chiamò un terzo muratore. Davanti alla stessa domanda, il terzo muratore si fermò a riflettere per qualche istante. Dopodiché suggerì che la prima cosa da fare sarebbe stato costruire un bagno dove i lavoratori potessero lavarsi e non sporcare l’area attorno alla futura moschea. Husref, compiaciuto da quest’ultima risposta, decise di affidare il lavoro all’uomo, un muratore di Dubrovnik. Terminata la costruzione, Husref avvisò Istanbul del lavoro svolto. Tuttavia, il Sultano aveva già scoperto, grazie ad un suo informatore, che una delle due moschee era più grande e più bella dell’altra. Temendo di essere ingannato, inviò a Sarajevo l’ordine che la moschea costruita per Husref diventasse sua, lasciando l’altra moschea al giovane benefattore. Ignaro della bontà di quest’ultimo, il Sultano finì per ingannare se stesso perché Husref aveva voluto la moschea più grande per il Sultano, lasciando per sé la più piccola.

“Ora capisci perché la moschea più grande di Sarajevo non è dedicata a nessun Sultano”, conclude cattedratico il mio giovane amico. Come è diverso visitare una nuova città con qualcuno che conosce il posto. La cordialità e le conoscenze di Salim valgono mille guide turistiche. Non so quando tornerò a Sarajevo ma quanto ho ascoltato oggi rimarrà a lungo nella mia mente. Penso a cosa sia l’ospitalità, valore semplice e spontaneo che l’occidente sofisticato sta lentamente dimenticando. Guardo Salim, persona genuina, con le mani in tasca cammina al mio fianco. Nel sole di Sarajevo quasi invidio la sua spontaneità e l’orgoglio con cui parla della sua terra martoriata. La Bosnia Erzegovina non è soltanto guerra e terrore. È storia e tradizioni, cultura e religione che resistono alle angherie del passato. Visto dal di dentro, è un paese che ti insegna a fare autocritica, a non sminuire quello che hai e a scegliere quali sono i tuoi sogni. Per essere più chiari, quello che voglio dire è che un sorriso è più importante del cellulare nuovo, un amicizia ti arricchisce di più che far carriera. Forse mi sbaglio, forse anche qui l’auto e il cellulare sono obiettivi ambiti. Avrò tempo per scoprirlo girando questo paese ma, per ora, lasciatemi pensare che le debolezze dell’occidente non attecchiranno facilmente in questo angolo di mondo dimenticato. Cerco di guardare all’Italia attraverso questi luoghi dimenticati dal mondo. Imparare a riconoscere quali sono le vere necessità e che cosa sia superfluo. “Chissà come vedrò l’Italia al mio ritorno” è la domanda che mi occupa la mente.

La moschea si trova lungo Sarači, via pedonale che conduce a Ferhadija, il viale principale della città. Lentamente l’atmosfera di Sarajevo muore nel brulicare di persone con le buste dello shopping in mano. I negozi d’abbigliamento delle grandi firme internazionali hanno trasformato il viale in un’anonima passeggiata. Purtroppo questo è il prezzo che bisogna pagare quando si vuole scimmiottare l’occidente. Salim non riesce a trovare spunti lungo la via, la nostra conversazione lentamente abbandona le leggende e le tradizioni per spostarsi  su temi più frivoli come il tempo e il cibo. Il viale termina davanti alla Fiamma Eterna, il monumento che ricorda i compagni di tutta la Jugoslavia caduti durante la seconda guerra mondiale nella difesa della patria. Ci fermiamo qualche istante davanti alla piccola fiamma che ancora timidamente tiene accesso il fuoco degli Slavi del Sud. Non riesco a non vedere una amara ironia in tutto ciò. Proprio qui, nella città assurta a simbolo di un’assurda guerra “etnico-fratricida”, un fiamma posta nel pieno centro cittadino commemora i caduti nella guerra di liberazione. L’unità e la fratellanza si possono vedere oggi solo nei barboni radunati attorno al fuoco. Quasi come se leggesse nella mia mente, uno sconsolato Salim fa spallucce. Immancabilmente con le mani in tasca, il suo volto sembra dire: “Questo è tutto quello che ci rimane della gloriosa Jugoslavia, un insieme di barboni radunati attorno a un fuocherello”.     

La complessità balcanica è un’affascinante esempio di quanto lontano possa giungere l’assurdità umana. Ci sarà pure un motivo se nella lingua italiana una situazione confusionale che tende al conflitto può essere definita balcanizzazione, e non certo germanizzazione! Non distante dal fuocherello eterno, si trova il Palazzo in cui è stato trasferito il Parlamento dopo la fine del conflitto degli anni novanta. Lungo Viale Maresciallo Tito, la sede attuale del Parlamento mi permette di illuminarvi su una delle migliori batracomiomachie linguistiche dell’universo serbo-croato. Skupština e Parlament sono le traduzioni, rispettivamente in serbo ed in croato, di Parlamento. Come potete immaginare, all’atto della fondazione delle istituzioni del nuovo paese, si pose l’arduo problema di come chiamare il Parlamento; usare l’espressione serba o quella croata? Per non fare torto a nessuno, è stata scelta l’espressione Parlmentarna Skupuština che potrebbe essere tradotta in italiano con “Parlamento Parlamentare”. Hanno trovato il modo di mettere assieme due cose diverse facendole diventare una sola senza scontentare nessuno, almeno nella forma. Per quanto riguarda la sostanza, vi invito a decifrare l’organigramma dei poteri in Bosnia Erzegovina. Io non l’ho ancora capito. Per assurdo, è un po’ come se in Italia qualcuno decidesse di prendere due cose diverse, poniamo per esempio dei cattolici e degli ex-comunisti, e di metterli insieme con la pretesa di formare una cosa unica. Anche se la cosa funzionasse nella forma e decidessero di non tornare indietro, mi domando se, alla lunga, le cose andrebbero come da queste parti.

Il mio paragone piace a Salim. “Bravo” mi dice, “assorbi in fretta il fatalismo balcanico”. Iniziamo a disquisire di autoironia e di quanto questa aiuti a sopportare le difficoltà della vita. Salim riassume la sua saggezza in un aneddoto su Mujo, il corrispettivo balcanico del nostro Pierino. Un giorno Mujo cammina per strada preceduto di una decina di metri dalla sua fidanzata. Quando incontra un amico davanti al bar, questi gli fa notare che, secondo la parola del profeta, la donna dovrebbe camminare dieci metri dietro il proprio uomo, e non davanti. Mujo, infastidito da questo commento, risponde che ai tempi del profeta non c’erano mine disseminate nei campi. Ci metto qualche secondo a capire la battuta. Un sarcasmo che quasi ti gela il sangue nelle vene. Le avventure di Mujo non hanno certo la spensieratezza del nostro Pierino. Per qualche istante il mio imbarazzo è visibile, non so bene che cosa dire. Salim mi rassicura dicendo che lui è il primo a scherzarci sopra, senza esitazioni. Mi adeguo al suo modo di pensare su questo tema anche se non capisco.

Fra una chiacchiera e l’altra, arriviamo a casa sua. Piccola e accogliente, è una tipica casa bosniaca con tappeti in ogni stanza. I molti quadri alle pareti lasciano pochi spazi vuoti. In salotto troneggia una foto della Mecca, ancora una volta scopro anche io di non essere immune dall’etnocentrismo dilagante. Non è la mia prima volta in una casa musulmana ma  ho bisogno di qualche momento per spogliarmi dai preconcetti che il bombardamento mediatico occidentale ci rifila ogni giorno. All’ospitalità di Salim, si aggiunge quella di sua sorella Samra che ci accoglie appena arrivati. Non rifiuto l’offerta di un caffè che subito arriva appena ci sediamo sull’ampio divano. Fantozzianamente sprofondo nei soffici cuscini. Sarebbe l’ideale per un riposino pomeridiano. La levataccia mattutina per prendere il pullman, unita all’impegnativo pranzo, cominciano a farsi sentire. Mentre Samra prepara il caffè in cucina, Salim ed io cominciamo a organizzare il mio breve soggiorno in città. Decidiamo di trascorrere il resto del pomeriggio in casa per riposare in vista della cena, evento che si prevede impegnativo dato che Samra è ai fornelli da ore. Esprimo il mio desiderio di visitare il Museo del Tunnel e Salim promette che ci andremo assieme il giorno seguente. Gli dico che non deve disturbarsi perché posso andarci anche da solo, non voglio abusare della sua ospitalità. Dalla sua grossa poltrona, non mi lascia opzioni, rammentandomi come sia difficile sfuggire all’ospitalità balcanica. Il caffè viene servito assieme ad una quantità di dolci diversi di cui ignoro il nome. Un sottofondo di ritmi zigani accompagna la nostra conversazione che piacevole scorre fra un sorso di caffè e un dolce. Il resto è una piacevole giornata fra amici. Racconti, cibo e ricordi ci accompagnano fino a tarda sera .

Penso al giorno dopo dove mi attende la visita al museo. Non so bene che cosa aspettarmi ma la fastidiosa sensazione di sembrare un turista di guerra non mi abbandona. Mi addormento con questo pensiero.

Buonanotte.

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Pubblicato il 25 Maggio 2007
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