Sei spunti sul Partito Democratico
Il consigliere regionale Giuseppe Adamoli riflette sulla formazione nascente, su Veltroni e su altri possibili leader
Riceviamo e pubblichiamo
Caro direttore,
ora che il ciclone Veltroni imperversa sul futuro Partito Democratico e che la scelta finale, praticamente già compiuta, porta a salire sul carro del vincitore ritengo utili alcune puntualizzazioni. Anzitutto perché non si può ridurre solo alla leadership tutta la discussione sul Partito nuovo e poi perché è necessaria una buona dose di sano anticonformismo. Le idee di fondo, il progetto, la selezione della classe dirigente, la forma partito, sono altrettanto importanti della leadership. Ma voglio restare sui punti più dibattuti oggi, anche se sono molto parziali, per non essere accusato di “parlar d’altro”.
Le regole delle primarie
Avrei preferito liste aperte con le preferenze. Le liste bloccate e chiuse, così come la pratica delle cooptazioni, ormai sempre più in voga nella politica di oggi, impoveriscono la partecipazione democratica. Adesso però bisogna guardare avanti ed evitare due rischi. Uno, che le persone non organizzate politicamente trovino troppo difficile o inutile partecipare e guadagnarsi la rappresentanza. Due, che le liste che si presenteranno alle primarie, nel nome di Veltroni o di altri, non configurino già fin d’ora delle correnti organizzate del Partito Democratico.
Veltroni segretario
Ho assistito con piacere alla lezione politica da lui tenuta a Milano con grande maestria, qualche tempo fa. Lì c’era molta Europa, c’erano molti democratici americani, dai Kennedy a Martin Luther King a Barack Obama, c’era Helmut Kohl, c’erano De Gasperi, Moro e Zaccagnini, c’erano Gorbaciov, Foa e Berlinguer colto nel suo ultimo emozionante e drammatico discorso politico. Una galleria di ricordi, evocazioni e suggestioni nella quale non è difficile, per uno come me, riconoscersi. In quella “lezione” c’era anche la capacità di Veltroni di far sognare lasciando credere vicini risultati probabilmente lontani. Tutto bene dunque. Ma qual è il progetto per il Partito Democratico?
Il ticket con Franceschini
Se il progetto ancora non c’è e forse ce lo svelerà domani da Torino, che significato ha la furia di Dario Franceschini, che conosco e stimo, a rincorrere la seconda posizione del ticket? Se è il sigillo di un intesa a due DS e Margherita, blindata e calata dall’alto, assomiglia tanto a una pietra tombale su molte speranze, su una fase costituente ricca di cultura, di politica, di passione, di mobilitazione disinteressata.
Non si fa un partito nuovo senza lasciar scorrere e ascoltare le emozioni e gli umori più profondi, senza uno scontro vero sulle idee, senza che qualcuno vinca e qualcun altro perda. La sintesi unitaria, necessaria per continuare poi tutti insieme, non può essere il frutto di equilibrismi e calcoli di sopravvivenza. Il sangue politico così diventa acqua.
Veltroni, Roma e il Nord
L’obiezione di Veltroni Sindaco di Roma, e dunque incapace di rappresentare tutto il Paese, la trovo invece meschina e irritante. Secondo questa logica non avrei mai potuto essere moroteo perché Aldo Moro era pugliese. Questo tipo di settentrionalismo è davvero ridicolo. Sono da sempre un autonomista convinto. Voglio un partito organizzato regione per regione. Ma rifiuto un “nordismo” che ammazza il pensiero politico e riduce tutto ad un rivendicazionismo localista senza futuro. In realtà soltanto la questione delle infrastrutture richiede una logica di tipo territoriale.
Per il resto servono politiche nazionali sostenute, questo si, da forti leadership regionali, che solo una grande forza nazionale può assicurare. Politiche sul fisco troppo alto; sull’immigrazione clandestina; sulla sicurezza, che è più necessaria per le categorie deboli che per quelle forti, più per il sud che per il nord; sulle politiche del lavoro flessibili ma non votate al precariato; sul federalismo fiscale indispensabile per la crescita di tutte le regioni d’Italia; su un welfare che non dimentichi le nuove generazioni; su scuola, università e ricerca.
Letta, Bersani e Rosy Bindi
Sono contro i plebisciti. Passi per Prodi nel 2005, lì si trattava di scegliere il futuro capo del Governo. Se si trattasse dello stesso obiettivo (in parte, sia chiaro, lo è) non avrei obiezione alcuna né sulla sostanza né sul metodo. Ho chiarissima la progressione storica: 1996 – Prodi; 2001 – Rutelli; 2006 – Prodi, tutti rigorosamente non post-comunisti. Ora la musica cambia. Quella pregiudiziale non ci deve essere più. Ma qui stiamo parlando del Partito Democratico, occorrono candidati alternativi seri in quanto portatori di progetti credibili. Letta, Bersani e Rosy Bindi sono i nomi più gettonati perché la gente sa che cosa vogliono e che cosa propongono. Servono personalità trasversali capaci di mescolare le militanze, di promuovere idee e culture politiche nuove. Solo così si riuscirà ad evitare che continui il dualismo DS-Margherita magari dietro un unanimismo di facciata. Si dice che il partito nuovo deve essere plurale. Sarà anche vero, ma c’è bisogno di un pluralismo che ricerchi comunque una sintesi politica più alta. La Prima Repubblica si è spenta per l’esaurimento delle culture politiche allora dominanti. Farle sopravvivere sotto una tenda d’ossigeno, magari amministrato magistralmente da Veltroni, porta ad un Partito Democratico moscio e senza grandi prospettive.
Per chi mi schiererò
È la domanda che mi hanno già fatto in molti. Ma tutto il mio ragionamento porta proprio a dire: “procuriamoci una possibilità di scelta”. Posso anche optare per Veltroni ma perché sono convinto, non perché è conveniente.
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