Black out in ospedale: “Usavamo i cellulari come candele”
I chirurghi: "Se fosse successo un’ora dopo, con i pazienti sotto i ferri, sarebbe stato un incubo"
Black out in ospedale, se fosse successo un’ora dopo, con i pazienti sotto i ferri, sarebbe stato un incubo. Ma già quello che è accaduto questa mattina sembra uno dei quei film americani, ansiogeni e un po’ catastrofisti. Sentite: “Eravamo i sala operatoria, erano circa le otto meno cinque, avevamo undici pazienti sui lettini, uno era stato già addormentato – racconta un’anestesista che vuole rimanere anonima – all’improvviso è andata via la luce, era tutto buio, e anche le porte, che sono elettriche e dividono la sala in blocchi, erano bloccate. Per fortuna c’è una porta manuale dalla quale si può uscire, abbiamo preso i cellulari e li abbiamo usati come delle candele, nel centro delle sale operatorie; poi dei colleghi sono saliti dalle scale, nel buio più completo, a cercare delle torce”.
Sono le 7 e 56, le equipe mediche scaldano i bisturi. Tra loro anche i due più famosi chirurghi varesini, Renzo Dionigi e Paolo Cherubino: “Ero pronto a operare, avevamo 13 pazienti programmati per oggi, per il 90 per cento si tratta di traumatizzati, ed è saltato tutto, fino a nuovo ordine – dice quest’ultimo – se fosse accaduto qualche minuto dopo avremo avuto dei problemi molto seri. In tanti anni di carriera è la prima volta che capita una cosa del genere”.
In rianimazione scatta l’emergenza alla stessa ora: “Avevamo sei pazienti in neurorianimazione e 12 in rianimazione – racconta un’infermiera – il buio è stato competo, per fortuna le batterie dei respiratori hanno tenuto, ma si sono spenti i monitor e abbiamo cercato delle apparecchiature autonome”.
Pronto soccorso, la ambulanze fanno marcia indietro: “Gli strumenti sono autonomi per fortuna – dice il primario Francesco Perlasca – e per la maggior parte hanno batterie come i telefonini. Però abbiamo chiuso l’accettazione, e le ambulanze sono state girate ad altre strutture – abbiamo preso solo un’emergenza grave che veniva dai reparti, poi alle 10 e 30 abbiamo riaperto l’accettazione”.
In alcuni reparti i degenti sono stati portati vicino alle finestre: “Era l’unico modo per tenerli tranquilli” dice una dottoressa.
Ma è nel nuovo, pulito, moderno e asettico ingresso dell’ospedale che si percepisce la straordinarietà della situazione. “C’era una sensazione di panico alle 8 di stamattina qui nella hall – dice un dipendente Giovanni Richetti – L’unica luce che non è saltata era quello dello spaccio alimentare, poi abbiamo aperto le porte di ingresso a mano, spingendole, perché anche l’entrata era bloccata”.
Tutti i medici e gli infermieri delle sale operatorie salgono nella hall e rimangono allibiti, in attesa di istruzioni. Intorno alla nove si riattiva piano piano la luce, prima fioca, poi più forte. Alle dieci e cinque torna la luce in sala operatoria, fino a qualche minuto prima ridotta a un androne buio. I vigili del fuoco. La luce c’è, ma l’attività sanitaria è sospesa. Alle 10 e 35 l’altoparlante annuncia. “L’attività è sospesa fino a nuova comunicazione”.
I vigili del fuoco sostano fuori dall’ospedale: “I quattro generatori di emergenza non hanno funzionato – spiega il caposquadra in turno – siamo stati chiamati alle 8 e 17, siamo arrivati qui e li abbiamo trovati spenti”.
I dipendenti sono arrabbiati: “E’ inutile che ci ripetano che va tutto bene – ripetono in tanti – qui c’è qualcosa che non va, alcuni scherzano dicendo che l’ospedale è stato costruito su una cripta satanica, ma la verità è che una struttura nuova di zecca sta creando problemi sempre più gravi”. Un ospedale nuovo di zecca, benedetto sabato scorso dalla visita del cardinale Tettamanzi. Non è bastato.
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