Metteteci Dio sul banco degli imputati
Intervista a Ottavia Piccolo interprete di "Processo a Dio" di Stefano Massini per la regia di Sergio Fantoni. In scena all'Apollonio l'8, 9 e 10 gennaio
Processare qualcuno non è semplice, soprattutto se questo qualcuno è Dio. Lui sul banco degli imputati ci è finito più volte, dopo Auschwitz e lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.
La Shoah è una frattura profonda tra l’uomo e la storia del mondo ed è per questo che l’onnipotente, «creatore di tutte le cose visibili e invisibili», viene chiamato in causa direttamente. Il filosofo Hans Jonas nel libro "Il concetto di Dio dopo Auschwitz" (Il Melangolo) si chiede a quale delle qualità divine, dopo lo sterminio, dobbiamo rinunciare: all’onnipotenza o all’infinita bontà? O a entrambe?
Queste domande rimbalzano dai palcoscenici dei teatri di tutt’Italia dove il testo di Stefano Massini "Processo a Dio", interpretato da Ottavia Piccolo, è stato portato in scena.
Signora Piccolo, a quale di queste qualità di Dio lei rinuncia?
«A nessuna, perché io non sono credente».
Si sarà però posta la domanda di chi è la colpa della Shoah e perché Dio non sia intervenuto?
«Certo. Personalmente mi pongo ogni giorno questa domanda e perché l’uomo debba convivere con questa sua anima nera. La violenza ci continua ad accompagnare dalla notte dei tempi e l’uomo delle caverne non si è ancora evoluto. Penso che non serva a nulla dire semplicisticamente "pace, pace" c’è qualcosa dentro di noi che ci impedisce di andare verso il bene. Io mi faccio un esame di coscienza anche sulle piccole cose ma di fronte alla Shoah mi sento un pigmeo».
Accettare di lavorare su un testo che si chiama "Processo a Dio" e non essere credente è una contraddizione o una sfida?
«Per un’attrice come me è una sfida perché in questo testo non c’è catarsi. Non siamo di fronte a una commedia greca, qui non c’è redenzione. Tanto è vero che il finale è stato cambiato rispetto al testo, proprio per lasciare aperta una via. Io interpreto la protagonista, Elga Firsch, un’attrice ebrea che finisce in campo di concentramento. La fine di questa storia non è scontata. E non si esce dal teatro dicendo ecco i cattivi sono stati puniti. È un testo notevole, come tutti quelli di Stefano Massini, un autore giovane e bravo che sa scrivere per il teatro. L’ho letto in una notte».
Avete ricevuto critiche dalla comunità ebraica o da quella cattolica?
«No. Anzi Amos Luzzatto è venuto a vedere più volte lo spettacolo e ci ha fatto i complimenti e ha detto: "Questo è un modo di parlare della Shoah che mi trova d’accordo. Lo stesso ha fatto il vescovo di Pavia».
Qual è il suo rapporto con il mondo ebraico?
«È un rapporto che ha a che fare con la mia giovinezza. Io ho vissuto a Roma quando ero piccola e ho un ricordo bellissimo del ghetto ebraico e del Portico D’Ottavia. Ci andavo sempre, ci sono dei ristoranti meravigliosi. Leggevo i libri di Singer e poi mi immergevo in quell’atmosfera sospesa nella storia. C’era una vecchina da cui andavo spesso a comprare i mostaccioli, dei dolci buonissimi».
Nella vostra compagnia c’è un attore ebreo, un caso?
«Durante la prima prova io ho esordito dicendo agli altri che non c’erano attori ebrei nella compagnia e che forse questo aspetto in qualche modo poteva aiutarci. Allora Olek Mincer ha detto: "Sono contento, perché allora mi avete scelto in quanto sono un bravo attore e non in quanto ebreo"».
Da questo processo si ottiene una sentenza?
«Le rispondo con una storiella dell’ebraismo chassidico. Tre rabbini decidono di processare Dio. Al momento della discussione per emettere la sentenza si accorgono che non possono farlo, perché dovrebbero chiedere all’imputato di uscire dall’aula, ma Dio è ovunque».
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