Liuc: da laboratorio sperimentale a modello da copiare
Venerdì 29 febbraio si apre ufficialmente il diciassettesimo anno accademico dell’Università Cattaneo. Il Rettore Taroni analizza il mondo accademico pubblico e privato
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Alla vigilia del suo primo discorso in qualità di Rettore alla cerimonia inaugurale, il docente, che vanta una lunga esperienza nel mondo accademico pubblico e privato, analizza il contesto in cui
Professor Taroni, lo scandalo sulla moltiplicazione delle cattedre e sulle baronie è solo l’ultimo tassello di una campagna di stampa che certo non favorisce il mondo universitario. Secondo lei, come sta l’università italiana?
Purtroppo, ciò che arriva a fare notizia è sempre negativo. Non si sente mai parlare di quanto e come si lavora negli atenei. Se oggi siamo afflitti dal problema della fuga dei cervelli, però, vorrà dire che questi giovani sono stati formati in modo adeguato per competere a livello internazionale. E, mi creda, a livelli alti. Il grande tormento italiano è come far rientrare quei cervelli. Secondo me, lo sforzo da farsi è sul come attirare stranieri. Siamo nell’era della globalizzazione
Lei è un docente della prima ora alla Liuc, anche se con ruoli e pesi diversi. Che anni sono stati per il sistema accademico?
Sono stati e, sono ancora, anni difficili per un settore che ha bisogno di stabilizzazione. In quindici anni abbiamo vissuto tre diverse riforme: tutto ciò toglie energia, creatività, motivazione. Quando è nata
Anche il privato risente di questo controllo centralizzato?
Il sistema è monitorato da vicino perché c’è la questione del riconoscimento dei titoli, su cui, chiaramente, lo Stato vuole vigilare. Io, però, nutro perplessità sul valore di questi titoli: obbligano a concentrarsi sul pezzo di carta e a dimenticarsi della valutazione dei meriti, delle competenze acquisite, delle capacità.
Settori molto cari alla Liuc…
Noi facciamo 600 tra stages e tirocini all’anno, abbiamo rapporti di scambio con una novantina di università di 30 paesi esteri, abbiamo più ragazzi stranieri che vengono in Erasmus di quanti ne partano. Abbiamo pochi docenti di ruolo ma moltissimi insegnanti che arrivano direttamente dalle imprese, portando la loro esperienza quotidiana, basata sull’innovazione, sul cambiamento, sull’internazionalizzazione.
Ma si potrebbe obiettare che, di solito, le industrie “vengono a fare la spesa”, a cercare giovani da formare per le proprie esigenze. Indubbiamente un limite per i ragazzi
Le imprese hanno capito che se fanno semplicemente la spesa, si ritrovano con prodotti scadenti. La nostra stessa storia dimostra come questo territorio, formato da piccole e medie imprese, incapaci da sole di sostenere i costi della ricerca innovativa, abbia fatto squadra per creare una realtà come questa. Siamo nati grazie agli ingenti capitali privati, su un progetto innovativo che , in questi diciassette anni, è stato portato avanti senza incertezze. Il nostro laboratorio sperimentale è oggi una realtà consolidata che offre un modello da prendere in considerazione.
Reputa possibile che il sistema accademico pubblico, così gerarchizzato, burocratico e un po’ elefantiaco possa accelerare i ritmi?
L’università è effettivamente vecchia e risponde a logiche che non esistono più. Il nostro paese è profondamente mutato negli ultimi 50’anni: viviamo nell’era delle informazioni. Abbiamo famiglie con il problema della quarta o terza settimana, ma dove tutti hanno un telefonino. Il mondo gira velocemente e l’università ha bisogno di dinamismo e autonomia
Io, comunque, confido di vedere nei prossimi dieci o vent’anni novità importanti. Oggi, al pubblico mancano due cose: i soldi e il coraggio. Se ci fossero un po’ risorse, sono sicuro che si oserebbe di più.
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