Quando fare il cemento risolve il problema dei rifiuti
Alla Holcim di Ternate hanno un metodo che ricava dalle energie alternative il 25% del combustibile. Con buona pace del budget, del buco dell'ozono e della popolazione
Una cementeria, nell’immaginario collettivo, è il simbolo di quanto meno attento all’ambiente possa esserci. È, innanzitutto, sinonimo di cementificazione. Poi, di scavi e di cave: insomma, quanto di peggio si possa mettere in conto a favore della natura e di un mondo più sano.
E se invece una cementeria ci permettesse di smaltire un po’ di quelle tonnellate di rifiuti che noi produciamo e non sappiamo contenere utilizzandole per uno scopo produttivo, e perciò un po’ più nobile, riducendo nello stesso tempo le emissioni della sua industria che causano l’effetto serra?
E’ quello che sembra essere riuscita a fare Holcim, l’azienda Svizzera leader mondiale del settore che unisce da alcuni anni le cementerie di Merone e Ternate, che entro la fine 2008 arriverà a far arrivare un quarto delle tantissime calorie che servono per alimentare il forno a 2000 gradi di potenzache hanno in sede (è quello nella foto sopra) per produrre il clinker – l’agglomerato da cui si ricava il cemento – da combustibili alternativi ed in particolare dal CDR, cioè da quei rifiuti che rimangono dopo la raccolta differenziata, il “sacco nero” tanto per intenderci.
Un sistema alternativo di produzione di calore che la Holcim a Ternate sta già sperimentando dal 1998, ma che solo un anno fa è arrivato a un punto di perfezionamento tale da consentire all’azienda di annunciarlo in questi giorni come acquisito, e che ha già permesso di ridurre le emissioni inquinanti del camino di quel forno di moltissimo: come le polveri ridotte a un quarto e l’anidride solforosa ridotta a un terzo, secondo le prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale che la Regione Lombardia ha rilasciato a Ternate nel maggio del 2007.
E con un metodo che ha ridotto al minimo la puzza e l’ infiammabilità dei rifiuti usati come combustibile: un particolare non ininfluente visto che la fermentazione dei rifiuti crea autocombustione, e quindi pericolosi focolai da tenere sotto controllo, e che in condizioni “normali” l’odore di quintali di rifiuti non è il massimo della gradevolezza nel luogo di lavoro.
«Con il 2007 abbiamo trovato il CDR adatto ai nostri scopi: si chiama Amabilis, lo produce la Ecodeco e ce lo facciamo realizzare con un tasso di umidità minimo (sotto il 10%, ndr) ben al di sotto di quello che è prescritto, con grandi vantaggi per i nostri usi» spiega Gianluca Barbagli (foto), Enviromental Coordinator manufactoring services per l’Italia «Il motivo è che hanno inventato un processo per cui la parte umida dei rifiuti, anche quelli che non sono stati sottoposti a raccolta diffeenziata si “autoessica”, rendendo il prodotto più adatto da utilizzare come comustibile».
Et voilà, con questa ingegnosa scoperta è stato possibile sostituire il 18% del combustibile necessario all’industria del cemento ternatese: il che significa risparmiare all’incirca 11 tonnellate di carbon fossile all’anno. Un risparmio triplice: per il bilancio della cementeria di Ternate, per il buco nell’ozono, e per i polmoni dei ternatesi.
A conti fatti questa sembra davvero una buona cosa, per le industrie che hanno bisogno di molto calore per funzionare, come i cementifici ma non solo. E che varrebbe la pena si sviluppasse: anche malgrado la miriade di ostacoli burocratici – dati da leggi statali o regionali – che bisogna superare per riutilizzare i rifiuti nella propria industria come combustibile. Un controsenso, in tempi in cui il risparmio energetico è favorito: purtroppo però ancora un dato di fatto.
«In altri paesi però certe pratiche sono assolutamente acquisite – spiega ancora Barbagli – Per esempio, la cementeria di Zurigo (La sede svizzera di Holcim, ndr) riscalda i suoi forni con i fanghi essiccati, cioè con i residui fognari, che provengono da tutta la città: l’amministrazione comunale ha infatti fatto una valutazione economica della questione e ha scoperto che essiccare i residui delle fogne e darli alla cementeria conveniva di più che creare e mantenere un inceneritore».
Certo, queste sono storie di un altro mondo, di paesi dove il combustibile alternativo rappresenta più della metà del combustibile usato, mentre nella nostra nazione l’uso di combustibili alternativi non supera il 3,5% del totale. Ma che forse, a furia di buoni esempi, potrebbero diventare anche delle storie italiane.
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