A Varese il carcere “fai da te”

Detenuti cuochi e imbianchini rifanno il look alle celle. Obiettivo: il reinserimento sociale

Le quarantaquattro celle del carcere Miogni sono state riverniciate e sistemate, la cucina ha aperto le porte ai detenuti in veste di cuochi. Sono solo alcuni, questi, dei risultati del progetto "Fuori… e dopo?", realizzato dalla Fondazione Enaip Lombardia, Comune di Varese e Consorzio SolCo con il sostegno della Provincia. Un lavoro che ha attivato una vera e propria squadra – fatta anche di volontari –  che si rivolge ai prigionieri della Casa circondariale varesina, oltre a quelle di Busto Arsizio e di Como e che propone dei percorsi di formazione a chi si trova rinchiuso. «I corsi – spiega Sergio Preite della Fondazione Enaip – sono stati scelti in base alle esigenze dei detenuti e di alcuni settori particolarmente attivi in provincia. Nel dettaglio abbiamo organizzato delle lezioni di ristorazione collettiva, tinteggiatura, informatica di base e orientamento al lavoro». L’obiettivo del progetto è quello di fornire ai reclusi degli strumenti per il loro ritorno nel mondo del lavoro. Il percorso di formazione comprende 240 ore complessive e ha finora interessato 33 allievi.

«Stiamo lavorando con persone che stanno ridefinendo la propria identità – ha aggiunto Preite -, si tratta di situazioni delicate e complesse. Per ciò è fondamentale che iniziative come queste continuino nel tempo, aldilà dei bandi e degli strumenti che ne finanziano lo svolgimento». La discontinuità rappresenta infatti un forte ostacolo alle iniziative per il reinserimento dei detenuti. Alcuni progetti, hanno spiegato i responsabili del Miogni, sono partiti con il massimo impegno ma poi abbandonati nelle loro fasi di sviluppo. «La collaborazione con gli enti locali è sempre fondamentale – ha aggiunto il direttore del carcere Gianfranco Mongelli -. La struttura da sola non ha le forze per dare ai detenuti la possibilità di imparare un lavoro o di perfezionare le proprie abilità. La rete di soggetti che si è creata finora ci ha permesso comunque di superare questi limiti e ci auspichiamo che questa collaborazione continui anche in futuro». 

«È stata un’esperienza importante che ci ha messo a confronto con gli altri oltre a ottenere le basi per un nuovo lavoro – ha spiegato un detenuto -. Queste attività tengono impegnata la mente e rendono inoltre meno pesante, dal punto di vista psicologico, la permanenza in prigione».

E dopo? «L’inserimento nel mondo del lavoro non è un passo semplice e automatico – ha precisato Mongelli -. occorre perciò creare dei canali di comunicazione, coinvolgere le imprese, mettere in contatto soggetti diversi. Il detenuto, una volta scontata la pena, corre un rischio molto elevato, quello dell’abbandono. Non prendere in considerazione l’importanza del reinserimento significa riportare queste persone sulla strada della criminalità».

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Pubblicato il 10 Marzo 2008
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