Adamoli: la mia ricetta per risorgere
Una riflessione da parte del consigliere regionale del Partito Democratico
Riceviamo e pubblichiamo
Nelle settimane e nei mesi prossimi dovremo fare una lunga e profonda riflessione sui risultati di domenica scorsa. Mi limito, oggi, ad indicare alcuni temi che dovranno essere analizzati con la disponibilità di studi e ricerche sui flussi elettorali.
(a sinistra: Giuseppe Adamoli)
Sul dato nazionale
Le elezioni ci consegnano un quadro politico certo con una governabilità, sulla carta, assicurata. Il dato più macroscopico è lo spostamento rilevante a destra dell’equilibrio politico del Paese, malgrado l’esito per molti aspetti soddisfacente del nostro partito. La drastica semplificazione politica, innestata dall’iniziativa del Partito Democratico, ci avvicina per molti aspetti positivamente alle grandi democrazie europee con una differenza però profonda e dalle conseguenze difficili da prevedere. L’assenza grave della Sinistra, cosiddetta radicale, in tutte due le Camere è una anomalia in Europa dove è rappresentata direttamente o dentro grandi contenitori, e soprattutto nella storia italiana. La partecipazione di partiti e movimenti di sinistra radicale, moderna o antica che sia, la quale non approda nelle istituzioni nazionali, pone alla politica e al nostro Partito in particolare interrogativi seri e perfino inquietanti.
Molte sono le cause di questo terremoto parlamentare. La maggioranza politica che implode e causa le elezioni anticipate dopo meno di due anni è candidata naturale alla sconfitta. Siamo recidivi, qualcosa di simile, sebbene non abbia portato alla chiusura anticipata della legislatura, era successo nel quinquennio 1996-2001 con il cambio di tre capi di governo. E’ stata indubbiamente errata la lettura del risultato di due anni fa interpretato come una totale autosufficienza della nostra coalizione che non aveva fondamento nel responso delle urne. Spie di questa cattiva interpretazione sono state l’occupazione di tutte le cariche istituzionali e un governo più gonfio di ministri e sottosegretari della storia repubblicana.
Eppure il governo, se non è stato esaltante, ha avuto però dei punti di forza che non siamo stati capaci né di comunicare, né di valorizzare. Si è lasciato pensare al Paese che il Governo Prodi sia stato una parentesi tutta negativa da gettare alle ortiche non contrastando efficacemente la propaganda della destra. Era difficilissimo separare l’azione del governo, moderatamente positiva, dalle responsabilità di una coalizione litigiosa e contraddittoria, perfino irresponsabile nelle sue piccolissime frange estreme di destra e di sinistra. Questa impresa se è stata tentata, non è riuscita. La stessa idea di andare da soli, che condividevo e condivido, non è bastata a rimontare la china pur con una mobilitazione e con un entusiasmo elettorale che da tempo non si vedevano.
Sul dato regionale
Sul voto lombardo e delle Regioni del Nord hanno pesato fattori peculiari. Tra questi elementi Alitalia, Malpensa, le infrastrutture hanno certamente avuto una loro specificità e influenza. Stiamo attenti però a non sovrastimarli. Nel Veneto la Lega raddoppia ed è più forte che in Lombardia ma la vicenda Malpensa per loro ha pesato zero. Il nodo infrastrutturale nel suo complesso è invece più determinante ma lo è anche al Sud, sebbene per noi risulti ancora più decisivo per il confronto spietato con gli altri sistemi europei. Ma come spiegare che il Governo Prodi in venti mesi ha fatto forse di più del precedente Governo in cinque anni senza ottenere il minimo riconoscimento? E’ solo un problema irrisolto di comunicazione oppure vi sono fattori che contano di più?
Attenzione, il pragmatismo del Nord non misura il progresso solo con i chilometri di asfalto. Non è sempre un pragmatismo senza anima. Ho sentito e sento sulla Lega Nord dichiarazioni e commenti infondati e fuorvianti. La Lega ormai, ci piaccia o no, rappresenta un agglomerato di valori (qualcuno li definisce pseudo valori) dal quale noi siamo lontani, che suscita appartenenza in tutte le classi sociali, non più solo nei lavoratori autonomi. E’ una idea di società, rappresentata con esasperazione, rabbia e paura, che è venuta configurandosi con strappi e contraddizioni e che si è via via stratificata e amalgamata, intorno a punti riconoscibili: immigrazione, sicurezza, tradizionalismo religioso, difesa dalla globalizzazione con velleità daziarie a cui Tremonti offre oggi una dignità culturale. Anche il problema delle tasse nel suo controverso rapporto con Roma è venuto pian piano assumendo una definizione più matura attraverso il federalismo fiscale e il federalismo differenziato, la cui strada è stata aperta dalla riforma costituzionale dell’Ulivo del 2001.
Ho dato e do un giudizio positivo della campagna elettorale di Veltroni, ma quando nelle ultime settimane l’ho sentito parlare di una Lega secessionista, in un modo che io stesso consideravo non realistico e provocatorio, ho capito la distanza che purtroppo separa l’umore di questa terra da un centralismo di cui non ci siamo ancora liberati completamente.
Sul dato provinciale e sul voto cattolico
Per la nostra provincia vale un’analisi del tutto simile. Per noi il fardello pesante in più è rappresentato da un sistema di potere strutturato a vantaggio quasi esclusivo della Lega in una logica di scambio, riconosciuta e conclamata, con gli interessi nazionali del leader della loro coalizione.
Un elemento di rilievo per la nostra provincia è stato sicuramente il caso Malpensa. E’ oggettivamente così, ma noi dobbiamo abituarci ad affrontare questi problemi in modo intelligente e dialettico con Roma evitando di scuotere l’albero con la Lega pronta a raccogliere i frutti. Mettere a punto strumenti di analisi appropriati, usare un vocabolario politico diverso dalla Lega anche nel raggiungimento di scopi analoghi, tralasciare la propaganda “nordista” come unico approccio di comunicazione, questi sono imperativi per una presenza matura e fruttuosa.
Il Centrosinistra complessivamente inteso (Camera PD 24,67% – Italia dei Valori 3,77% – Arcobaleno 2,50% = 30,94%) non raggiunge certo uno dei suoi risultati più brillanti in una successione storica logica. Può avere inciso l’astensione della Sinistra, ma anche se le attribuissimo tutto il calo di partecipazione rispetto al 2006, non sarebbe tale da pareggiare l’insuccesso complessivo. Il PD ha probabilmente preso tanti voti dalla Sinistra radicale – che li ha persi anche a favore della Lega – ma non ha intaccato per nulla, questo è il punto, il patrimonio dell’altro schieramento, anzi gli ha probabilmente ceduto quote non insignificanti di elettori. E’ questo un filone di analisi e di ricerca che vale per Varese e molte altre parti della Lombardia e del Paese. Per la nostra provincia dobbiamo mettere in campo il quid aggiuntivo di conoscenze dirette e personali.
Faccio solo un esempio. Quanta parte di voto cattolico si è spostata sull’UDC o sulla Destra? Quanto ne è rimasto nel PD e nel Centrosinistra? Non è una riflessione di parte a causa della mia cultura di provenienza. Nella fascia Pedemontana, una volta vandea bianca, patria ed identità territoriale, religiosità ed ateismo devoto (così lo si chiama adesso ma è sempre esistito) sentimenti autonomistici fortissimi e radicati, religione del lavoro in tutte le sue forme con aspirazione a quello autonomo, insofferenza per lacci e laccioli burocratici; tutti questi elementi ed altri ancora contrassegnano la natura profonda del vivere sociale. Chiamiamoli come vogliamo, ma senza sentire la puzza sotto il naso.
Si dia pure della DC il giudizio storico che si vuole, ma non c’è dubbio che il suo successo più importante è stato nel recuperare (allora) alla democrazia e ad una idea di progresso culturale e sociale fette importanti di elettorato popolare istintivamente di destra o reazionarie, parte delle quali non c’entravano nulla con l’ispirazione cristiana. Questo elettorato ora si è accasato, spero non definitivamente, altrimenti continueremo a rappresentare un blocco sociale minoritario e sconfitto. E’ una considerazione sul piano di una totale laicità politica che un partito come il PD, a vocazione maggioritaria come diciamo in perfetto politichese, non può tralasciare.
Aggiungo un ultimo interrogativo. Ha senso sostenere oggi che i grandi temi etici contano poco nell’orientamento elettorale dei cittadini in un tempo nel quale il progresso della scienza ci pone ogni giorno davanti ai grandi dilemmi della vita e della morte? E’ giusto confinarli nelle coscienze individuali quando stanno diventando tra i problemi più scottanti dei parlamenti (e anche delle regioni), dovunque c’è un potere legislativo? Perché considerarli appannaggio degli altri partiti?
Scambiare il pragmatismo lombardo per una tavola senza valori e senza sentimenti di quel tipo, che invece ci sono eccome, e si radicano nella notte dei tempi, sarebbe un errore gravissimo per il Partito Democratico. Che alla fine potrebbe mettere in dubbio la stessa appartenenza di militanti e dirigenti.
Abbiamo un punto di ripartenza eccezionale, che è dato da una mobilitazione entusiasmante di cui bisogna dare merito alla dirigenza del partito, a tutti i candidati, due felicemente rieletti, e ad una militanza vastissima e rinnovata. La lucidità dell’analisi però è indispensabile e deve essere fatta coralmente e senza logiche consolatorie.
Per il rinnovo dell’Amministrazione provinciale vale, in termini politici e culturali pressapoco il medesimo ragionamento. Mario Aspesi ha fatto un’ottima campagna elettorale e con lui tutti i candidati di collegio. Ma non si può parare una frana con le mani nude.
Giuseppe Adamoli
Consigliere regionale PD
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