La Chicago anni Venti nelle note dei “Chicago Stompers”

Giovanissimi e divertenti interpretano brani statunitensi dei primi decenni del Novecento. Martedì 15 saranno in concerto al Teatrino di Via Sacco

La loro biografia dice così: "Chicago Stompers, band specializzata nel repertorio delle orchestre statunitensi degli anni ‘20". La frase evoca automaticamente un simpatico gruppo di musicisti nostalgici, di quelli accorsi in massa al cinema quando alcuni anni fa uscì il famoso "Chicago" con Richard Gere, e invece? Invece altro che nostalgici, i componenti della "Chicago stompers" sono tutti giovanissimi e tutt’altro che occupati a rimpiangere il passato. Il loro lavoro musicale raggiunge la giusta congruenza tra il serio, accurato e ricercato e la voglia di divertirsi che infatti traspare chiaramente nel vedere una loro esibizione. Suoneranno a Varese al Tetrino Gianni Santuccio martedì 15 aprile. Ne abbiamo parlato con Tiziano Codoro, un membro di questa insolita band, che ci ha lasciato una bella testimonianza di questa loro esperienza.

"Chicago Stompers", siete tutti giovanissimi e divertenti, cosa in particolare vi ha fatto avvicinare alla musica degli anni 20’?

«Il nostro attuale progetto musicale in realtà altro non è che la naturale prosecuzione dell’esperienza fatta nella banda del nostro paese. Mi spiego meglio, noi abitiamo tutti a distanza di poche centinaia di metri l’uno dall’altro, ci conosciamo da sempre e tempo fa ci siamo trovati a suonare nella banda del paese e da li abbiamo continuato a vederci. Finita l’esperienza con la banda ci è sembrato naturale continuare la nostra esperienza musicale, ne è nato questo progetto che non è solo musicale».

Appunto non è solo musica, avete cercato di ricostruire ogni particolare di quel periodo storico: strumenti musicali, accessori, vestiti non vi limitate solo all’aspetto musicale, ponete attenzione anche a quello fisico..
«Si. È proprio così, il nostro intento è quello di una ricostruzione filologica delle orchestre statunitensi operanti tra il 1924 e il 1931, ma non è un esigenza di spettacolo, oltre che dalla musica, siamo rimasti molto affascinati anche dagli usi e costumi di quel periodo».
 
La vostra musica non è improvvisata o superficiale sembra nascondere alle spalle un grosso lavoro, qual è il vostro rapporto con la musica? La fate di professione?
«No, nessuno lo fa di professione, siamo tutti studenti. Certo, ognuno di noi dedica molto tempo al proprio strumento e ci troviamo una volta a settimana a provare per 4 ore, ma non la consideriamo una professione. Il grosso del lavoro comunque lo fa Mauro Porro, il tuttofare della band, una persona che in fatto di cultura musicale ha una conoscenza smisurata».

La vostra musica è un progetto molto innovativo ma proviene comunque dal passato, che effetto suscita nel vostro pubblico, secondo quello che riuscite a percepire?
«Ti racconto una cosa. Nel 2006 abbiamo suonato in apertura al Milano Film Festival ed è stato un’esperienza unica: davanti a noi un pubblico di tutte le età ha cominciato a ballare. Io credo che riusciamo a suscitare anche tra chi non si intende di jazz molto interesse, attratti dal nostro modo di apparire finiscono per esserlo anche dalla nostra musica».

Ma voi vi prendete più sul serio o più vi divertite?
«Sicuramente la seconda. Siamo molto amici quindi nella nostra musica mettiamo innanzitutto la voglia di divertirci, poi sicuramente ci prendiamo molto sul serio, è come un grande gioco, è bello farlo se ci entri totalmente».

Avete prodotto a spese vostre il vostro ultimo album, la vostra è una condizione tutt’altro che rara, pensi che manchino le occasioni ad un gruppo che non fa musica considerata "convenzionale" per emergere?
«Finanziare il nostro album è stato molto faticoso, ci hanno molto aiutato ma abbiamo dovuto sostenerlo soprattutto da soli..».

Ti senti di dover fare una critica?
«No non una critica, vedi ho un mio parere molto personale, ma penso che chiunque faccia qualunque cosa a livello artistico in Italia faccia molta fatica perché siamo dei "passatisti" convinti, viviamo di ricordi, del bel tempo che fu e abbiamo paura di innovare, da qui nascono tutte le difficoltà per le band come la nostra».

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Pubblicato il 12 Aprile 2008
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