Quando la Resistenza la si faceva in bicicletta
Grazie alla sua "Bertani" nera il comandante Alfredo Macchi riuscì a liberare un suo compagno dalla prigionia. La due ruote è stata un affidabile supporto per epiche imprese resistenziali
C’è stata anche una Resistenza che ha corso verso la libertà sfrecciando sulle due ruote. Le staffette partigiane, spesso intrepide e giovani donne, restano una grande icona della lotta di Liberazione nel nostro Paese. La due ruote, protagonista di gloriose imprese sportive, silenziosa compagna di viaggio di tante vite al lavoro, è stata anche un affidabile supporto per epiche e sconosciute avventure resistenziali. Ce le raccontano, con accattivante piglio giornalistico, nel libro "La bicicletta nella Resistenza", Franco Giannantoni e Ibio Paolucci (il piccolo volume è appena uscito per le Edizioni Arterigere). Uno sguardo nuovo sulla storia delle due ruote, che si rivelano insostituibili strumenti nelle mani degli uomini e delle donne della Resistenza, e nemiche mortali delle autorità nazifasciste di Salò, un vero incubo che con decreti e sequestri cercarono di esorcizzare negli atroci mesi della catastrofe finale.
Tante le storie accadute dietro l’angolo di casa nostra, dimenticate da tutti. Al confine tra realtà storica e vicenda romanzesca si muove la storia dello scrittore Elio Vittorini che, per sfuggire alla cattura della polizia fascista, si rifugiò al Sacro Monte, dimorando nella villa di Ginetta Varisco, divenuta poi la sua seconda moglie, e scrivendo il romanzo "Uomini e no". Avventurose le salite alla villa da parte della giovanissima staffetta garibaldina Tiziana Bonazzola, a cavallo di una "Bianchi" di colore celeste, acquistata nella bottega di Augusto Zanzi, vero e proprio laboratorio di antifascismo in via Veratti (oggi al suo posto c’è un negozio di antiquariato). Tiziana, allora ventiduenne studentessa di Brera, oggi apprezzata artista a Rio de Janeiro, racconta nel libro che portava allo scrittore siciliano dispacci e comunicazioni, diventando il vero trait d’union tra Vittorini e il Pci clandestino di Milano. La giovane staffetta scendeva dalla bici alle prime rampe di Robarello e, bici a mano, incontrava Vittorini al limite del bosco per pochi minuti: consegnava le buste, scambiava due parole e poi di corsa in discesa fino a Varese.
Profondo e quasi affettuoso il rapporto tra la due ruote e l’azione del gappista "Visone", il comandante Giovanni Pesce, recentemente scomparso. Gloriosa la fiammante "Ganna" che il campione e partigiano "Carletto", il varesino Renato Morandi, utilizzò nelle sue rocambolesche avventure. Ancora ciclistica la presenza nella Resistenza del regista Gillo Pontecorvo e di Bruno Trentin, che al libro hanno affidato quelle che sono da considerare tra le loro ultime testimonianze. E grazie alla sua "Bertani" nera, Alfredo Macchi ("Aldo"), comandante garibaldino, riuscì a liberare un compagno ricoverato e piantonato all’Ospedale di Circolo, un’impresa condotta insieme ad altri due protagonisti della Resistenza varesina, Claudio Macchi e Mario Ossola. Storie partigiane che da un passato lontano ci richiamano: la due ruote è una protagonista della vita della nostra città, non solo nei grandi eventi sportivi, ma anche nei suoi momenti più difficili e spesso dimenticati.
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