Il dialetto? “A scuola piace, ma manca il contesto per usarlo”

Originale e interessante la tesi di laurea breve del giornalista pubblicista Giorgio Michieletto

Il dialetto bosino a scuola piace, ma resta comunque confinato in un uso limitato. In altre parole, la controffensiva per riportare in auge la lingua locale, stretta d’assedio dall’italiano – meglio, dai vari italiani regionalizzati, inclusi quelli dei "foresti" – riesce solo in parte. Questa la conclusione della tesi di laurea breve in Scienze Umanistiche per la comunicazione di Giorgio Michieletto, giovane giornalista pubblicista attivo su testate locali varesine. Un 109, quello guadagnato mercoledì scorso dal 23enne collega presso l’Università degli Studi milanese, discutendo la tesi con l’appoggio del professor Roberto Giacomelli, meritato con l’attento studio del rapporto sempre vivo tra lingua italiana e dialetti locali, nello specifico sul caso varesino.

Nel capoluogo è stata la Scuola Bosina nata una decina d’anni fa su impulso della Lega Nord a rilanciare l’insegnamento del dialetto ai più piccoli: un esperimento unico per la centralità nel cursus di studi della materia – obbligatoria mentre in altre parti d’Italia è assolutamente facoltativa – e dal quale si poteva già trarre qualche conclusione. E Michieletto non s’è fatto pregare.

Partendo da recenti studi Istat che sembravano indicare un rilancio fra i giovani dell’uso dei vernacoli locali, Michieletto ha effettuato una puntuale ricostruzione storica della "battaglia della lingua" (chiamiamola così), quasi un afflato libertario dopo tanto accanimento "centralista" contro i dialetti "poveri" e "inferiori". Un atteggiamento quest’ultimo che si vede ancora nelle generazioni adulte e particolarmente negli anziani. Il dialetto come "segno di identità e appartenenza anche politica", per il tesista, fino ad insegnarlo ai più piccoli, porta frutto, ma limitatamente. Sulla base dei risultati concreti della didattica, il giovane pubblicista rileva l’abbattimento, ed è dato assai positivo, del pregiudizio all’uso del dialetto. Non c’è più lo stigma sociale contro il dialetto, fra i ragazzi esposti all’insegnamento. Il problema è l’uso reale nella comunicazione quotidiana, il vero banco di prova della vitalità di ogni lingua: qui secondo la tesi si ferma in qualche modo la marcia del vernacolo alla riconquista di un posto al sole (delle Alpi, in questo caso ndr). Limitate sono infatti le occasioni di contatto e uso della lingua patria, appresa pur correttamente sui banchi di scuola, in un contesto in cui quasi tutti parlano correntemente la lingua nazionale standardizzata dai media. Un buon inizio, insomma, ma manca ancora la "massa critica": si potrebbe fare un paragone con i tentativi in corso di preservare e rilanciare le lingue celtiche (gaelico irlandese  escozzese, manx, gallese, cornico, bretone) messe all’angolo dall’avanzata di inglese e francese. Un paragone che ai leghisti, lo sappiamo, piacerà.

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Pubblicato il 03 Maggio 2008
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