Il dialetto è la lingua delle emozioni
Parlare in dialetto nell’era di Internet e della globalizzazione è frutto di una scelta. Se ne è parlato a "Terra Insubre"
Secondo l’incontro che si è svolto nell’ambito del festival "Insubria terra d’Europa", promosso da "Terra Insubre" al Teatrino Santuccio, ad un dialetto si può ritornare, con tutta quella consapevolezza e quel gusto della ricerca culturale che fa superare vecchie abitudini e luoghi comuni. Un dialetto come frutto di una scelta nell’era di Internet e della globalizzazione. "Scegliere una terra, parlare la sua lingua" era, appunto, il titolo dell’incontro presentato da Andrea Mascetti e moderato dall’editore Gerardo Monizza, e che ha visto la partecipazione del cantautore Davide van de Sfroos e del saggista Giuseppe Battarino, il giudice salito agli onori delle cronache per essersi espresso in dialetto in un’aula del Tribunale di Varese.
Non solo qualcosa di dato o di naturale, il dialetto, ma un terreno di conquista o, meglio, di riconquista possibile. Suggestiva l’immagine proposta da Giuseppe Battarino del dialetto come "lessico famigliare". «Mia madre – ha raccontato il magistrato – conosce le lingue e ha viaggiato per il mondo: ma quando si rivolge a me, mi parla in dialetto». Perché parlare oggi il dialetto (di Porlezza, nel caso del magistrato)? Perché è «lingua delle emozioni e degli affetti, una forma di comunicazione superiore, che consente di esprimere ciò che di più vitale e profondo prova un essere umano. Non solo: il dialetto è anche un antidoto a quella che Pasolini considerava una pericolosa "omologazione", è un atto di resistenza contro il livellamento di differenze e identità. Dietro l’angolo, secondo Battarino, si nasconde infatti il trionfo di una lingua internazionale ("lingua di scambio"), utile sì, ma estremamente povera e che tende a renderci schiavi, secondo la profezia del romanzo "1984" di Orwell. E’ dunque il caso di riscoprirlo, il dialetto, conoscerlo e farlo conoscere "senza vergogna e senza politica", ha rimarcato Battarino. Peccato che il giudice non abbia potuto affrontare il rapporto tra scrittori e dialetto, che invece ha affrontato nel suo libro "Il confine lieve. Scritti sull’Insubria".
Accompagnato dalla carovana dei suoi personaggi eccentrici e solitari, spesso esprimendosi nell’ormai mitico dialetto "laghée", il cantautore Davide van de Sfroos (al secolo Davide Bernasconi) si è soffermato sulle ragioni del suo fare canzoni in dialetto. Non è stato il primo, certo («prima di me sono arrivati i Gufi e Ivan Della Mea», ha ammesso), ma certamente il suo è stato un gesto di rottura: «Mi è sembrata la cosa più naturale: il dialetto ha una poesia insita e involontaria». E poi, nel caso del menestrello del lago di Como, si tratta di un dialetto traghettato nel mondo rock. «Non ho voluto scegliere un percorso folcloristico, e mi sono sempre rifiutato di fare del dialetto qualcosa di comico e popolaresco, un po’ "da spogliatoio"».
Nonostante gli alti e bassi («il dialetto si è preso parecchie sprangate in questi anni»), secondo il cantautore si assiste ad una sua riscoperta. Spesso vede giovani esprimersi in dialetto, ma le parole dei padri si mescolano, con disinvoltura, a "web", "ram", "giga", dando vita ad una sorta di "gramlot" da internauti padani. Parole nuove e parole antiche che si mescolano, mentre la memoria dei nomi tende a scomparire.
Non nel caso di Bernasconi, però: lungo l’elenco di nomi, nomignoli e soprannomi diffusi sul nostro territorio, dei quali van de Sfroos ha proposto al Santuccio un’esilarante genealogia. Tornando a gesti, abitudini, peripezie, birignao dei nostri bisnonni, in essi il musicista ha individuato le radici dei loro nomi e cognomi. Divertente l’elenco, e il suo un estro da scrittore degno del miglior Chiara.
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