Malattia mentale e reinserimento sociale: un percorso necessario

Il tema è stato affrontato oggi in un convegno al castello visconteo di Somma

Il Castello Visconteo di Somma Lombardo ha ospitato oggi, martedì 24 giugno, un importante convegno in tema di psichiatria. "Dalla residenzialità coatta alla residenzialità come progetto condiviso" il titolo della giornata di dibattito, che ha visto fra gli altri la partecipazione di un volto noto come Alessandro Meluzzi, già parlamentare fra il 1994 e il 2001 in varie formazioni. Il tema proposto mirava ad esplorare ed illustrare le soluzioni studiate negli anni per l’assistenza, la terapia e a riablitazione dei malati mentali dopo l’approvazione, giusto trent’anni fa, della celebre legge quadro 180/78, promossa dall’indimenticato Franco Basaglia. Per il volgo, si tratta della legge che chiuse i manicomi; per chi è più addentro alla materia, per chi vive e studia la tragica realtà della malattia mentale, è un mutamento epocale, ancora non del tutto attuato ovunque in Italia, ma comunque da porre anche in discussione negli aspetti in cui può essere perfezionato e adattato ai tempi.

Tra i vari interventi succedutisi in giornata quello di Meluzzi, psichiatra e psicoterapeuta, si era incardinato in modo particolare sull’importanza dell’amore «inteso in senso cristiano» per la riabilitazione dei pazienti. A portare i saluti d’apertura, in mattinata, erano stati Armando Gozzini, direttore generale dell’azienda ospedaliera di Gallarate, il sindaco di Somma Lombardo Guido Colombo e il prof. Giuseppe Armocida in rappresnetanza del rettorato dell’Università dell’Insubria.

«La legge 180, chiudendo i manicomi e riando dignità di persone ai malati, ha anche aperto dei problemi» riconosce il dottor Pasquale Campajola, direttore dell’unità operativa psichiatrica dell’azienda ospedaliera di Gallarate, fra i moderatori di oggi. «È comunque una legge etica, perchè al centro mette la persona e non più la società – prima si chiudeva in manicomio il "matto" per non dare scandalo e proteggersi da un pericolo sociale». Ora, in assenza dei più gravi crimini, che portano dritto all’ospedale psichiatrico giudiziario, evoluzione del manicomio criminale, al massimo c’è il TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Quest’ultimo è però l’eccezione, non la regola, come ha ribadito nel suo intervento, pur chiedendo più mezzi e spazi per le cure psichiatriche, il prof. Mario Tavani, docente di medicina legale all’Università dell’Insubria.

«La legge 180 è una legge quadro» ricorda Campajola, «cioè attuata di Regione in Regione, il che ha portato in qualche misura a una psichiatria a più velocità, più che ad un’attuazione piena e omogenea». La residenzialità, insieme alle strutture territoriali non ospedaliere come i centri psicosociali, le Asl eccetera, sono state la risposta elaborata alla fine del modello manicomiale. «Si va da quella ad alta intensità di riabilitazione a quella leggera: quest’ultima vede il malato reinserirsi in una vita normale, monitorato con regolarità da chi lo ha in cura». Società e paziente psichiatrico, si è ribadito al convegno, si devono conoscere e accettare nelle loro diversità perchè sia possibile un reinserimento efficace, anche nel mondo del lavoro, e venga dunque meno ogni ulteriore prospettiva di isolamento del malato mentale in quanto tale.

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Pubblicato il 24 Giugno 2008
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