“Il Varese è in buone mani, ma io allo stadio non andrò mai più”
Riccardo Sogliano ha ufficialmente ceduto la società a Rosati. «Deluso dalla città e dai politici. Mio figlio rimane, ma è una scelta tutta sua»
Da ieri, mercoledì 16 luglio, Riccardo Sogliano non è più il patron del Varese 1910. Con la cessione delle quote all’imprenditore Antonio Rosati («praticamente gratis: non ho venduto, ho regalato» sottolinea con un po’ di orgoglio) si conclude un periodo lungo quattro campionati che ha visto la società biancorossa rinascere dall’eccellenza alla C2 e consolidare un settore giovanile. Ricky dà l’addio parlando a ruota libera e togliendosi qualche sassolino dalla scarpa soprattutto per l’iter – apparentemente senza fine – della questione stadio.
«Il Varese è in buone mani. Lo dico, perché conosco Rosati in quanto ho da tempo rapporti di lavoro, e mi pare che in questa prima parte di mercato la società si stia muovendo bene. Io però, scrivetelo bene, a Masnago non rimetterò mai più piede, neppure da morto». L’esordio è vulcanico, come nello stile dell’ex difensore del "Varese dei miracoli", che non è certo uno che le manda a dire. E la politica non manca sul libro nero di Sogliano. «Io ho il mio carattere e lo so bene. Però sul discorso stadio sono stato acqua di fonte: non ho mai fatto ricatti come qualcuno dice ma ho sempre detto quali erano le mie intenzioni. Ho stretto mani e ho ricevuto promesse, ma di questo non è mai stato mantenuto nulla, e sfido chiunque a dire il contrario. Posso anche capire che il progetto così com’era poteva non andare bene, ma in questi casi si può discutere delle cose. Invece qui non c’è mai stata la volontà di affrontare il problema, tanto che da un anno e mezzo siamo in attesa del bando del Comune. Da circa un anno poi ho avuto la certezza che non se ne sarebbe fatto nulla: è per questo che a dicembre ho annunciato il mio disimpegno».
Ricky ne ha anche per la città: «Da altre parti i tifosi si sarebbero arrabbiati sul serio. Qui la gente mi ferma per strada, è solidale con me, ma alla fine non cambia nulla. Altro capitolo gli imprenditori: tolti i piccoli sponsor, DiVetture (che proprio oggi ha rinnovato il proprio impegno) e un altro amico, l’unico che mi ha sempre dato qualche soldo per la squadra è stato Claudio Milanese. Dagli altri nulla, solo tante telefonate e lettere andate a vuoto. Ora Rosati e il suo braccio destro Montemuro hanno tante buone idee: spero che chi ha promesso nelle scorse settimane non svanisca nel nulla e li affianchi per davvero. A margine spendo una parola per l’ingegner Fogliata (il partner del progetto stadio ndr), un uomo vero che ha messo tanti soldi e non ha mai alzato la voce. Tanto di cappello».
Il nome Sogliano però rimane ben fisso anche nell’organigramma del Varese che verrà, con Luca sempre sulla tolda di comando con il ruolo di direttore sportivo. «Fosse dipeso da me, non sarebbe dovuto restare. Aveva due offerte interessanti dal Vicenza e dall’Ancona oltre a quella di Rosati che era interessato a portarlo a Spezia. Però ha deciso lui, Varese e il Varese sono i suoi mondi e quindi rispetto la sua decisione. Io credo che abbia lavorato bene negli anni scorsi, e credo che se la squadra sia riuscita a risalire e a salvarsi tra i professionisti è merito suo, oltre che dei collaboratori che lo hanno affiancato. Il club ha ritrovato credibilità, ha stretto alleanze, allargato il proprio bacino e i primi frutti si sono già visti».
Prima di congedarsi, da Riccardo Sogliano arriva comunque un consiglio. «In C2 bisogna puntare sui giovani, sempre. Nei campionati che ho vinto da dirigente sono sempre stati loro i tasselli più importanti. A venti, ventidue anni se uno vuole sfondare e gioca in C2 deve fare bene per forza. Fidatevi, in quarant’anni di calcio qualcosa ho imparato».
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