Nella hall del monoblocco la storia dell’ospedale
Inaugurata alla presenza del Sindaco e di molti esponenti del volontariato e scittadini, la permanente che illustra gli ottocento anni di storia del presidio varesino
Un tempo la sanità era soprattutto assistenza. Era demandata a privati e tutto il borgo e la comunità si stringevano attorno al suo presidio sostenendolo. Poi è arrivata l’era della statalizzazione dove le cure sono assicurate a tutti e il legame di affetto si è spezzato. La storia dell’ospedale di Varese, 835 anni di cammino, è proprio la sintesi di questo percorso dalla sua nascita in via Nifontano sino alla sua attuale collocazione passando per l’esperienza in centro città con l’ospedale San Giovanni.
Questo pomeriggio, mercoledì 16 luglio, è stata inaugurata una mostra permanente costituita da ritratti e documenti che testimoniano l’amore di Varese per il suo presidio sanitario, dal 1173 anni di nascita del Nifontano.
All’inaugurazione erano presenti il direttore generale dell’azienda Walter Bergamaschi insieme al direttore di presidio Andrea
Larghi, il rettore dell’Università dell’Insubria Renzo Dionigi, il professor Alfredo
Lucioni, già autore di un libro sulla storia dell’Ospedale, ma anche il sindaco Attilio Fontana e molti esponenti del volontariato e cittadini.
All’inaugurazione hanno partecipato anche i rappresentanti del Centro Culturale Massimiliano Kolbe
di Varese che hanno collaborato all’allestimento e la Markas Service Srl che lo ha reso possibile.
La mostra dal titolo “La città e il suo Ospedale. Ottocento anni di
storia dell’Ospedale di Varese” contiene documenti ma anche riproduzione dei ritratti che sono di proprietà dell’ospedale, proprio
quei dipinti dei benefattori che oggi sono sparsi in modo confuso tra locali , solai e cantine. Dopo il furto di alcune tra le più importanti tele avvenuto alcuni anni fa, fu presa la decisione di distogliere dalla vista quei quadri.
L’idea di recuperare quelle tele e costruire una quadreria dell’ospedale a disposizione anche dei cittadini piace al direttore Bergamaschi che però chieder aiuto: «La nostra missione è quella di fare assistenza. Rivalutare e mantenere un patrimonio artistico culturale è importante ma chiediamo il coinvolgimento di chi è deputato a questo tipo di missione»
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