Rispetto e ciclisti in mountain bike

Una scampagnata di un lettore nei boschi sopra Varese diventa un tromento. Motivo: "Anche qui c'è chi non rispetta gli altri"

Gentile Direttore,
pur non avendo da tempo alcun bisogno di ulteriori prove a favore della totale trasversalità dell’umana maleducazione, ieri mattina, mio malgrado, ne ho raccolta un’ennesima ed esemplare che vorrei raccontare. Come spesso mi capita di fare, decido di fare una passeggiata in compagnia di mia figlia e del nostro cane sul sentiero 10 del parco di Campo dei Fiori (per i meno esperti, quello che circumnaviga il rilievo, nello specifico il tratto che da Velate porta verso Orino). La temperatura stranamente primaverile fa da richiamo a un numero insolito di frequentatori: semplici pedoni come noi, runner e soprattutto ciclisti in mountain bike. Sono proprio questi ultimi a rivelarsi da subito una presenza scoraggiante per chiunque avesse in programma una tranquilla passeggiata: lungo tutto il percorso è un susseguirsi di gruppi lanciati come se si trattasse di una competizione. Ogni curva rappresenta un rischio, soprattutto per chi ha una bimba di due anni e mezzo per mano e un cane al guinzaglio. Da un momento all’altro ti può piombare alle spalle, ad una velocità davvero fuori luogo, un plotone serrato che non ha nessuna voglia di dover toccare i freni, al massimo di scartare quel tanto che basta per non investirti, buttando lì occhiate del tipo: – ma proprio qui devi stare? –. Dopo un’ora passata così, a scrutare davanti e dietro senza poter mollare per un solo istante né bimba né cane, decido di rinunciare e torno sui miei passi, sognando di vivere in un paese abitato da persone con un senso del rispetto reciproco superiore a quello della media di una mandria di bufali, e non me ne vogliano i bufali. Il nostro problema non sono le biciclette, non sono le auto, né le moto e nemmeno i camion. Il nostro problema è nella testa della maggioranza di noi, che, qualunque cosa faccia e in qualunque contesto lo faccia, pare proprio non essere in grado di considerare l’altro, se non per inquadrarlo nella spietata legge del più forte o del più furbo. Un virus che nasce dall’esempio, trasmesso in famiglia, troppo tollerato e dilagante anche tra chi lo dovrebbe e potrebbe combattere. Viviamo in una stupida morra della prevaricazione, dove il Suv s’impone all’auto, l’auto alla moto, la moto alla bici, la bici al pedone, il giovane all’anziano, l’uomo all’Uomo.

Paolo Pedrazzini

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Pubblicato il 22 Dicembre 2008
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