L’incredulità di parenti e amici: «Non può essere stato lui»
Il tragico fatto di sangue ha sconvolto l'intera comunità del rione Redantore dove i Gallazzi sono molto conosciuti
Una tranquilla via di un quartiere tranquillo, così si potrebbe definire quel tratto di viale Repubblica che da Beata Giuliana continua nel rione Redentore a Busto Arsizio. Oggi quel silenzio è stato squassato da un altro silenzio ma molto rumoroso, quello che proveniva dall’appartamento al primo piano del civico 15 dove vivevano Bruno e Rinaldo Gallazzi, trovato con la gola tagliata il primo e impiccato il secondo. Padre e figlio. Il silenzio è pian piano diventato brusio per poi trasformarsi in dolore vero, una volta che la notizia ha fatto il giro della via e dell’intero rione. «Non ci credo, ma proprio il Rinaldo Gallazzi? Non ci credo». Come una litania che si ripete dal bar Lidia, dove spesso lo si vedeva a giocare a biliardo, al bar che sta all’inizio di via Quintino Sella, la frase è sempre la stessa. Sgomento e incredulità tra tutti, per primi i molti Gallazzi, legati a loro da gradi di parentela e che abitano nella stessa via di Bruno e Rinaldo.
«Li conosco da qualche anno e Rinaldo l’ho visto proprio stamattina – racconta Ester, probabilmente l’ultima persona ad averlo visto vivo – era un po’ giù di corda e mi ha salutato distrattamente. Di solito era più espansivo e non aveva mai dato segni di squilibrio. Certo, era preoccupato per la madre che sta in ospedale a Cuggiono da una quindicina di giorni a causa di un femore rottosi cadendo dalla bici su una lastra di ghiaccio». Rinaldo era preoccupato anche per il padre, come ricorda un amico di famiglia, «Bruno era piuttosto anziano e soffriva di cuore – racconta addolorato – poco tempo fa aveva avuto un infarto e aveva bisogno di molta assistenza. Finchè in casa c’era la mamma faceva tutto lei. Rinaldo spesso lamentava il fatto di non saper cucinare nemmeno un uovo e per accudire il padre si era preso un mese di ferie dal lavoro».
Rinaldo lavorava al deposito della Movibus di San Vittore Olona. Anche lì la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. I colleghi di lavoro lo ricordano come un uomo senza problemi, che stava bene e che non sarebbe stato capace di fare un gesto simile. Aveva anche una fidanzata, nonostante a cinquant’anni vivesse ancora a casa dei genitori, a conferma di una vita sociale normale e senza ombre. Solo con il calare della luce e l’arrivo della fredda notte invernale il capannello di amici, conoscenti, e parenti (non pochi i curiosi) si dirada e rientra nelle proprie abitazioni sempre con la stessa frase in testa: «Non ci credo, ma proprio il Rinaldo Gallazzi? Non ci credo».
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