La crisi colpisce anche il mercato italiano del “private equity”
Nel 2008 realizzati 127 nuovi investimenti in Italia. Brusca frenata dell’attività nei primi quattro mesi del 2009
Nonostante la crisi, grazie alla spinta dei primi nove mesi dell’anno, il bilancio per il 2008 presenta ancora un segno “più” per il mercato italiano del private equity – un’attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società, sia acquisendo le azioni, sia apportando nuovi capitali all’interno di una società -, che si chiude con 127 nuove società target partecipate, start-up e rifinanziamenti esclusi, contro le 117 del 2007.
Analizzando il trend degli investimenti per trimestre, tuttavia, è possibile osservare, già a
partire dal mese di settembre 2008, un rallentamento dell’attività, che viene confermato e
rafforzato dall’andamento del mercato nei primi quattro mesi di quest’anno. Tra il primo
gennaio e la fine di aprile 2009 sono state contate, infatti, appena 17 nuove operazioni,
pari a poco più di un terzo rispetto a quanto realizzato nel medesimo periodo del 2007 (45).
Sono queste alcune delle principali evidenze che emergono dal Rapporto Private Equity
Monitor – PEM dell’Università Carlo Cattaneo – LIUC, presentato oggi nell’ambito di
una tavola rotonda.
Presenti al convegno, che si pone come obiettivo proprio quello di confrontarsi su come sta
reagendo il mercato degli investimenti a questo difficile periodo di crisi: Stefano Bucci (Gianni, Origoni, Grippo & Partners), Giovanni Calia (LEK Consulting), Roberto Calugi (Camera di Commercio di Milano), Giuseppe Cannizzaro (Of Councel Gianni, Origoni, Grippo & Partners), Roberto Del Giudice (Private Equity Monitor – PEM®), Mirco Dilda (Argos Soditic Italia), Anna Gervasoni (AIFI e Università Carlo Cattaneo – LIUC), Elena Goos (Borsa Italiana), Carlo Vanoli (Bellco) e Paolo Zocchi (Ernst & Young).
«Come previsto – ha commentato Roberto Del Giudice, Responsabile del PEM® – dopo
un 2008 in cui l’attività di ricerca di nuovi investimenti è stata ancora molto vivace, già a partire dagli ultimi mesi dell’anno gli operatori hanno cominciato a concentrare la loro attenzione sulla gestione delle partecipate, alcune delle quali in difficoltà per le gravi condizioni della congiuntura economica generale».
In generale, come per il passato gli operatori si sono concentrati prevalentemente nell’acquisizione di quote di maggioranza di aziende operanti nel Nord Italia (Lombardia in primis), attive nei comparti dei prodotti per l’industria e con un volume di ricavi compreso tra i 35 e i 40 milioni di Euro (anche se non sono mancate operazioni di grandi dimensioni A livello di trend, pur mantenendo la maggioranza assoluta (60%), si riduce la quota percentuale dedicata ad operazioni di buy out, prevalentemente a favore degli investimenti di expansion (che raggiungono il 27% del totale).
In termini settoriali, perde terreno il comparto della produzione e distribuzione dei beni di
consumo (passato dal 26% al 23%), come naturale conseguenza della contrazione delle
abitudini di spesa della popolazione, mentre si consolida quello dei prodotti per l’industria,
che si attesta al 34% (il 26% nel 2007). Seguono, a distanza, i comparti del terziario
avanzato (8%), dell’ICT, dei trasporti e delle utilities (ciascuno con il 5%). Infine, il settore una significativa attività di investimento.
Sul fronte dimensionale, da rilevare l’aumento della grandezza media delle aziende oggetto
di investimento, attestatasi intorno ai 40,0 milioni di Euro di fatturato e ai 170 dipendenti,
grandezze che, nel 2007, erano rispettivamente pari a 34,0 milioni di Euro e 137 dipendenti.
«Dall’analisi dei dati di dettaglio – ha concluso Del Giudice – è possibile evidenziare come, pur trovandosi davanti ad un anno di transizione, il 2008 abbia dato inizio ad un vero e proprio processo di trasformazione del private equity italiano, in cui un più contenuto uso della leva, insieme ad una maggior attenzione verso le acquisizioni di minoranza, rappresenteranno due caratteristiche fondamentali».
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