L’ingenuità della ragionevolezza

Dopo la tragedia messinese il progetto della costruzione del ponte sullo stretto è ancora più inadeguato ai reali bisogni del Paese

Quando scrivo penso sempre a tutti coloro che non conosco i fondamenti dell’economia politica perché è molto vero che la macchina dell’amministrazione pubblica è molto complicata, ed è altrettanto vero che la diffusa ignoranza della materia crea una distanza abissale tra coloro che gestiscono la “cosa pubblica” e coloro che ne sono i fruitori: i cittadini. Questa distanza, questo vuoto è pericoloso perché non capire significa non saper valutare e non saper valutare l’operato degli amministratori significa non saper scegliere con cognizione di causa quando si deve andare a votare per rinnovare la classe dirigente nazionale e anche locale.
In questi giorni si assiste agli effetti disastrosi provocati in Sicilia da un eccesso di piogge. Poi si ascoltano le voci dei tecnici del settore che dicono che l’Italia necessita di interventi per essere messa in sicurezza dal diffuso dissesto idro-geologico, e infine si ascolta che il progetto del ponte sullo stretto dovrebbe diventare operativo a partire dal prossimo dicembre. Ecco dove sta l’ingenuità della ragionevolezza. Proviamo a fare un ragionamento, seppure ingenuo.
L’economia politica di stampo keynesiano (possiamo dire di centro sinistra per semplificare un po’) sostiene che per uscire dalle crisi economiche, bisogna “stimolare” la domanda aggregata. La domanda aggregata non è altro che la somma di tutte le voci di spesa di cittadini, imprese e dello Stato durante un anno in un paese. E cioè la somma dei Consumi (C), degli Investimenti privati fatti dalle imprese (I), dalla spesa pubblica fatta dal governo (G) e dalla differenza tra l’export (X) e l’import (M). Dunque, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo noi ora, la ricetta keynesiana raccomanda interventi di spesa pubblica come per esempio spese per infrastrutture. Questo perché spendendo soldi per costruire strade, ponti, linee ferroviarie, dighe e quant’altro, si dà lavoro a molte famiglie, che poi spendono il loro stipendio in consumi (facendo domanda di beni e servizi alle imprese), ma anche in tasse (e cioè entrate per lo Stato). Quindi il momento di crisi economica dovrebbe spingere lo Stato a fare spese ragionevoli. Magari proprio investendo il denaro pubblico per assicurare il territorio italiano da questi episodi dove bambini donne e uomini muoiono per abitare in case costruite su terreni insicuri, magari resi edificabili da giunte un po’ “disattente”. L’ingenuità della ragionevolezza sta proprio nel pensare che qualcuno lassù tra i piani alti del potere e della politica possa pensare che la strategia più efficace per aiutare l’economia ad uscire dalla recessione (crisi) sia proprio spendere bene i soldi, distribuendoli in tante regioni italiane che ne hanno bisogno, mettendo il territorio in grado di far fronte alle emergenze. Spendere per la comunità, per il territorio che è stato violentato, abusato, sfruttato da anni di sciocca speculazione edilizia, figlia di interessi particolari. L’ingenuità sta nel pensare che si dovrebbe cogliere la palla al balzo e ripensare gli investimenti in termini più capillari, più puntuali, più locali, più comunitari. Investire dove c’è veramente bisogno, dove vivono le persone in carne ed ossa smettendo di voler pensare ad opere faraoniche che devono essere lasciate alla storia come segno del proprio passaggio. Non è molto utile in questo momento un ponte sullo stretto ma sarebbero molto più auspicabili tanti piccoli progetti che chiedono la collaborazione di tanti geologi, ingegneri, tecnici della protezione civile, tante guardie forestali, geometri, sindaci, impegnati sui tanti territori della nostra penisola, per non vedere più queste morti tragiche figlie dell’indifferenza e dell’incuria delle amministrazioni. In più, spesi così i soldi pubblici non correrebbero il rischio di finire nelle mani di organizzazioni mafiose oppure nelle mani di abili managers capaci di far lievitare i costi in corso d’opera e di trattenere quote importanti di profitto da spartirsi nei rivoli complessi di società che nascono e si trasformano per meglio confondere chi vorrebbe vederci chiaro nella gestione dei fondi pubblici. O magari essere un mezzo di scambio per favori, per regolamenti di conti o chissà cos’altro. Chi lo sa? E a coloro che obbiettano che il limite di spesa è dato dal patto di stabilità (detto trattato di Maastricht) rispondo che sarebbe l’ora di cominciare a recuperare un po’ di soldi dalla scandalosa evasione fiscale di cui l’Italia ha un triste primato. La spesa pubblica (G) per la sicurezza del territorio potrebbe prendere due piccioni con una sola fava, creare occupazione e rendere più sicuro e vivibile il nostro territorio. Ma forse, in questo ragionamento “ingenuo” manca un importante elemento che è quello che le opere faraoniche soddisfano a logiche che sfuggono agli ingenui: lasciare traccia del proprio passaggio, fare spot sul fare piuttosto che sull’annunciare, esibire la “grandeur”, recuperare soldi pubblici attraverso partite di giro, aiutare imprese amiche a vincere gli appalti, e così via, perché la storia d’Italia, su questo capitolo offre spunti molto interessanti e a pensar male spesso si coglie nel giusto. Ma a cosa serve cercare di essere ragionevoli se alla fine si finisce per essere ingenui?

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Pubblicato il 15 Ottobre 2009
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