Clima, vertice in stallo poi l'”accordo imperfetto”
Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno firmato, non si parla di numeri sulla riduzione di emissioni di gas serra ma la quadra è stata trovata su altri punti
Se il vertice climatico di Copenaghen avesse chiuso i battenti secondo programma alle 18 di venerdì sera, non si sarebbe neanche fatto in tempo a nascondere il plateale fallimento delle trattative. Invece, gli incontri sono proseguiti nella notte e un accordo molto insipido, firmato in extremis, è riuscito quanto meno a mascherare l’esito deludente.
Ieri Obama aveva messo il mondo davanti a un bivio, la scelta di una politica a due binari fra paesi ricchi e paesi poveri, «a questo punto la questione è capire se noi avanziamo insieme o se noi ci dividiamo, se noi preferiamo stare fermi o agire», la scelta americana era proseguire, insieme: «i leader del mondo devono fare tutto il possibile per trovare un accordo per frenare il riscaldamento del pianeta, anche se questo accordo non fosse perfetto». L’obiettivo era quindi diventato un accordo ad ogni costo, anche se imperfetto. E accordo imperfetto è stato.
Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno firmato, «non è sufficiente per combattere il cambiamento climatico – ha detto lo stesso Obama – ma si tratta di un importante primo passo».
Anche se un primo passo molto incerto: non si parla di numeri sulla riduzione di emissioni di gas serra e questo era il vero nodo da sciogliere. L’ultima bozza diffusa prevedeva queste riduzioni: mondo intero -50% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. E in particolare: Paesi industrializzati -80%, Paesi in via di sviluppo 15-30% in meno sul livello normale. Ma niente è stato messo nero su bianco.
L’accordo sembra invece essere stato trovato su altri punti contenuti già nella bozza di venerdì, l’aumento della temperatura globale del pianeta dovrà essere tenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali e i Paesi poveri saranno finanziati con un fondo che raggiungerà i 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per adottare tecnologie pulite e affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.
I “piccoli” sono però in rivolta, e il motivo è chiaro. Come ogni vertice anche in questo non si parla solo di ambiente. L’amara verità è che dietro alle trattative sulla riduzione di Co2 si nascondono, ma non troppo, politiche economiche dalle conseguenze enormi. L’accusa dei paesi piccoli, e poveri, è che le regole che si vogliono imporre per il rispetto dell’ambiente mascherino in realtà una volontà di controllo politico per condizionare lo sviluppo futuro dei paesi poveri. Del resto fino a dieci anni fa le grandi economie negavano il cambiamento climatico perché era controproducente al proprio sviluppo economico. Oggi i paesi che si affacciano all’industrializzazione e mirano a diventare grandi economie di mercato non ci stanno a sottostare a regole che i paesi che li hanno preceduti non avevano. Vi vedono il modo per fortificare il potere economico e politico dei paesi ricchi. Un esempio è sulle emissioni di Co2, «chi potrà pagare sarà sempre chi inquina di più».
E su tutto il sospetto che questo vertice sia in realtà l’occasione per i paesi forti di riposizionarsi in un periodo di post crisi.
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