La “toppa” non basta

Centododicimilacinquecento giornate di lavoro. Ovvero l’equivalente di novecento milioni di ore. È il dato sulla cassa integrazione del 2009 diffuso dall’Inps.
Numeri da capogiro che danno un’idea del livello della crisi che stiamo attraversando. 
Tre sono le questioni centrali. La prima riguarda la condizione economica e sociale che stanno vivendo centinaia di migliaia di cittadini. La seconda è sul dato occupazionale. "Gli interrogativi più importanti sul nostro mercato del lavoro, – scrive Tito Boeri – riguardano proprio l’ampio utilizzo della cassa integrazione durante la crisi. Il rischio è che questa ci lasci in eredità un nuovo sistema di trasferimenti alle imprese che si aggiunga ai tanti, assai poco trasparenti, già esistenti e spesso rivolti a imprese che non hanno un futuro". L’analisi dell’economista si preoccupa di mettere in collegamento le condizioni economiche dei singoli soggetti con l’esigenza di competitività che il mercato richiede. "A lungo andare si può finire per lasciare molti lavoratori aggrappati a posti che non hanno un futuro, pur di mantenere formalmente un posto in azienda, magari integrando trattamenti inferiori ai 900 euro al mese con lavori in nero. Il tutto interamente a carico del contribuente, dunque tassando anche quelle iniziative imprenditoriali che avrebbero la possibilità, se meno gravate dalle imposte, di creare nuovi posti di lavoro. Vorrebbe dire congelare la nostra struttura economica su specializzazioni che hanno dimostrato di non reggere di fronte alle sfide della globalizzazione. Impedendo che vengano creati posti di lavoro che invece avrebbero un futuro".
C’è però una terza riflessione su cui nessuno sta aprendo un reale dibattito. Novecento milioni di ore "liberate" dal lavoro sono un’enormità. Tanto più che rischiano di continuare ad essere tali anche nel 2010. Come è possibile che lo Stato, le comunità locali, gli attori sociali non si interroghino di cosa fare durante periodi di crisi generale? Possibile mai che non si riesca a superare una visione meramente economica e finanziaria della questione e non si possa progettare modalità di uso di tutto questo tempo? 
Le soluzioni non sono semplici, ma coontinuando così abbiamo solo la certezza che si "mette una toppa" e basta. Come qualsiasi "ammortizzatore" anche la cassa integrazione non garantisce affatto che il mezzo proceda meglio se non sono a posto tutti gli elementi. E quando i numeri diventano così grandi elaborare analisi e proposte diventa un imperativo per tutti.
Quanti hanno a cuore lo sviluppo dei territori avevano ed hanno ancora un’occasione d’oro per stimolare proposte e progetti.
Nel suo splendido libro "La fortuna non esiste" Mario Calabresi racconta come venne affrontata la crisi della prima fabbrica di Suv negli Stati Uniti. In poche settimane oltre duemila lavoratori si sono ritrovati senza lavoro. Oltre un terzo ha trovato sbocchi dopo una riqualificazione grazie a nuovi processi di formazione. Innovazione, volontà e coinvolgimento dei diversi soggetti sono gli ingredienti per cercare nuove risposte. Non provarci significa subire impotenti ogni crisi. E non serve a niente continuare a ripetere che nulla sarà più come prima se non ci si adopera per uscire da schemi già visti.
Il costo di questo immobilismo altrimenti ricadrà su tutti. Sui lavoratori, sui cittadini che dovranno contriibuire a sostenere questo modello, sulle aziende.

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Pubblicato il 08 Gennaio 2010
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