Il settore metalmeccanico si tuffa nelle reti d’impresa
Permane la situazione di difficoltà del cuore pulsante dell'economia locale. L'export è sceso del 17,8% nell'ultimo anno. Alle Ville Ponti le imprese del settore hanno fatto il punto della situazione
«La situazione di difficoltà che ci ha colpito duramente fatica ad allentarsi». Il sistema manifatturiero metalmeccanico legato all’Unione degli Industriali della Provincia di Varese ha fatto il punto della situazione. Da una parte le imprese “meccaniche”, dall’altra le attività “siderurgiche, metallurgiche e fonderie”. Due gruppi merceologici che, tra i quattordici in cui è divisa l’Unione degli industriali, vantano insieme il maggior peso, con una quota del 35,3% delle imprese e del 41,5% degli addetti in esse impiegati. Il mondo produttivo che si è riunito, mercoledì 28 aprile, in assemblea al Centro Congressi Ville Ponti di Varese rappresenta il cuore pulsante dell’economia locale. Una realtà, però, in affanno.
Come emerso dalla relazione congiunta dei due presidenti di gruppo: quello uscente delle “meccaniche”, Giancarlo Besana, sostituito alla carica per scadenza del mandato da Tiziano Barea, e quello confermato alla guida delle “Siderurgiche, Metallurgiche e Fonderie”, Daniele Balzarini. I numeri emersi parlano di oltre 19 milioni di ore di Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria autorizzate nel 2009. «Siamo su livelli – hanno specificato Besana e Balzarini – sei volte superiori a quelli del 2008». E anche per questo avvio di 2010 il trend è legato ad un aumento del ricorso all’ammortizzatore sociale. Le ore richieste dalle imprese metalmeccaniche nel primo trimestre sono incrementate del 37,34 % rispetto a quelle dello stesso periodo di un anno fa. La crisi, dunque, non è ancora alle spalle. E anche sui mercati esteri si sente il peso di un export, quello delle imprese meccaniche varesine, sceso nel 2009 del 17,8%.
Ai numeri congiunturali negativi, però, si accompagnano quelli strutturali di un settore da cui dipende ancora gran parte delle sorti dell’industria economica locale e non solo. Le esportazioni, seppur in calo, con un valore di oltre 5 miliardi di euro rappresentano sempre il 66% del commercio internazionale generato dalla provincia. Non solo. Come sottolineato sempre da Besana e Balzarini, «la consistenza dei due gruppi merceologici, nonostante i dati congiunturali, non si è sostanzialmente modificata: risultano associate all’Unione Industriali 473 imprese del settore meccanico con 28.797 addetti e 29 metallurgiche, siderurgiche e fonderie per 1.192 dipendenti». Di fronte a questa importanza non scalfita dalla crisi, la parola d’ordine del settore è “guardare avanti”: «Se il nostro Paese – hanno affermato Besana e Balzarini – ha retto meglio di altri il primo impatto, quello più acuto, della crisi grazie anche ad un modello di parcellizzazione delle attività manifatturiere in un sistema di piccole e medie imprese, integrato in una logica di filiera e di sussidiarietà anche con le grandi realtà del territorio, ora dobbiamo far sì che le caratteristiche di questo modello non limitino e ostacolino l’organica e progressiva ripartenza sui mercati».
La formula proposta è quella basata su un processo di aggregazione che punti, però, ad un modello in grado di “mantenere inalterati i singoli assetti societari, permettendo alle aziende piccole e medie di affrontare, con le dovute energie e il necessario supporto, le sfide del mercato globale”. È con questa convinzione che Confindustria è riuscita a convincere le istituzioni ad adottare, con recenti interventi legislativi, l’istituto delle reti d’impresa. Tema posto al centro degli interventi dei due ospiti dell’assemblea: Emilio Paccioretti, direttore scientifico del master dell’Università LIUC in Management della Piccola e Media Impresa, e Marco Ravazzolo, dell’Area Affari Legislativi di Confindustria, che ha illustrato con piglio tecnico alle imprese meccaniche varesine la disciplina sulle reti d’impresa introdotta dal decreto incentivi dello scorso anno, modificata successivamente con la “legge Sviluppo”, allegata alla Finanziaria 2009.
«Il sistema produttivo italiano – ha spiegato Paccioretti – ha bisogno di fare massa critica. Le imprese, pur rimanendo piccole, devono saper diventare grandi». Con l’aggregazione, a cui spesso le aziende sono restie per una diffidenza culturale. «In Italia il sistema delle imprese è ancora troppo legato al concetto del fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio». Più adatto alle sfide del futuro è, invece, il detto di matrice germanica: «Fidarsi è bene, controllare è meglio». Dalla diffidenza, ad una fiducia gestita. «In questo passaggio – ha sottolineato il professore dell’Università LIUC – buoni segnali ci arrivano dalle nuove leve dell’imprenditoria, anche quelle varesine che stanno dando vita a casi di successo». Questo, però, non «Occorre puntare anche su una diversa scuola dei manager che confondono ancora la gestione di grandi e complesse organizzazioni, con quella delle reti d’impresa». Due sfide completamente diverse: «Per vincere quella che ci lancia il modello delle reti d’impresa occorre soprattutto cultura della cooperazione. Un approccio antitetico alla logica dell’individualismo».
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