Gli effetti collaterali nel mondo visti da una Y10
Paolo Belarducci, 28 anni, è uno dei volontari dell'associazione Est. L'estate scorsa ha realizzato il reportage “The Y10 diaries”, un viaggio di due mesi nell'Asia che non ti aspetti
"Est Onlus" è un’organizzazione umanitaria che si occupò dell’accoglienza dei bambini orfani della tragedia nucleare di Cernobyl. Oggi, i volontari dell’associazione continuano ad aiutare i piccoli orfani e a sostenere le famiglie che li accolgono. Nel 2009, grazie al supporto dell’associazione, circa 1200 bambini sono stati serenamente accolti in Italia. Paolo Belarducci, 28 anni, è uno dei volontari che l’estate scorsa ha partecipato al Mongol Rally, una gara non competitiva a scopo benefico organizzata ogni anno dal gruppo The Adventurists. Il reportage “The Y10 diaries”, realizzato durante il viaggio, ha anche partecipato e vinto l’ "Adventurists Film Festival” di Londra. Est ha organizzato una rassegna dal titolo “Effetti collaterali”, con la proposta di film la cui proiezione sarà preceduta da un momento informale all’ora dell’aperitivo.
Come nel romanzo di Jules Verne, il viaggio raccontato nel reportage dura 80 giorni. Le realtà esplorate dallo scrittore erano diverse e avventurose; nei 16 mila chilometri raccontati nel “The Y10 diaries”, quali sono le situazioni che emergono?
«Fin dai tempi di Marco Polo, l’Asia è sempre stata un crocevia, ma poi si è un po’ persa di vista, fino ai miti che oggi ce la raffigurano, come Samarcanda; ad oggi, non è stata ancora riscoperta per quello che è veramente. A me piacciono quei paesi dell’Asia centrale, tanto che parlo russo; la mia idea era quella di far capire come l’Afghanistan non sia il paese pieno di spari che ci immaginiamo: non bisogna dare troppo risalto ai miti».
Nell’auto era proprio lei a guidare: ha incontrato difficoltà lungo il cammino?
«I problemi? Innumerevoli: dopo due mesi di viaggio l’auto aveva molte parti rotte [nel video ci racconta della leva del cambio sempre rotta, tanto da aver dovuto fare un pezzo tutto in prima] e aggiustarla era abbastanza difficile. I pezzi di ricambio di una Fiat non si trovano facilmente in Asia: alcuni riuscivamo ad aggiustarli o ricostruirli col tornio, ma per altri non c’è stato nulla da fare. Ma le persone che incontravamo erano molto più ospitali degli Occidentali; nei paesi asiatici, l’ospitalità è sacra: se avevamo bisogno di un posto per dormire o per mangiare, non c’era che da chiedere. Un ostacolo poteva essere la lingua, ma io parlo Russo e la ragazza che era con noi [Agnese Riva, del varesotto anche lei] è laureata in Russo; certo, se un Afghano ci avesse parlato in Dari, avremmo avuto qualche disagio…».
La vostra auto è stata l’unica a non seguire il percorso attraverso l’Iran. Cosa ha motivato questa decisione?
«In realtà, ognuno può scegliere il percorso che vuole, anche se molti hanno fatto quello attraverso l’Iran; da cinque anni a questa parte, solo due donne scozzesi, nel 2007, sono passate per l’Afghanistan. E penso che nessuno passerà di lì i prossimi anni, visto che la situazione lì continua a peggiorare. La scelta è caduta proprio su questo paese perché nessuno lo aveva ancora raccontato, nonostante sia così fantastico; certo, parlarne non ha lo stesso effetto: solo un video realizzato all’interno di una Y10 può davvero far capire la realtà di quella nazione».
A chi si rivolge la mini rassegna “Effetti collaterali”?
«Certamente al pubblico varesino, magari a quello più giovane che, dopo la visione del reportage, potrebbe decidere di accompagnarci in questa esperienza. A differenza di altre organizzazioni umanitarie – che si limitano a problemi mondiali, di quelli enormi, come l’inquinamento – noi di Est Onlus cerchiamo di essere più informali, proponendo un aperitivo tutti insieme al posto di una conferenza lunga ore. L’appuntamento di fine Luglio, invece, è di stampo più generale, rivolto a chi si vuole informare sull’attualità dell’Asia Centrale».
Quali sono gli scopi raggiunti dai vostri aiuti?
«Sicuramente riuscire a farsi aiutare da chi incontravamo e conoscere la gente era ciò che volevamo, e siamo riusciti ad ottenerlo; ma la cosa bella, è che altri traguardi si sono aggiunti durante il viaggio. Certo, se la meta era solo quella di arrivare in Mongolia, non ce l’abbiamo fatta, visto che l’auto si è fermata mille chilometri prima!»
Il prossimo viaggio sarà con una macchina nuova spero…
«No, scherzi? Sarà sempre quella! Dopo due mesi in un parcheggio in Estonia, l’abbiamo recuperata, caricandola su un camion, e aggiustata (praticamente, ricostruita). Ora è in Camerun e fra poco le farò fare il viaggio di ritorno in Italia, per poi ripartire per la Mongolia».
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