Informatici e ingegneri, «All’Insubria vanno a ruba»
Spesso le aspettative dei laureati non coincidono con le esigenze del mondo del lavoro. Ma questo non vale per i percorsi più "tecnici" Come spiega il professor Coen Porsini: «Il mercato ha fame di tecnici»
Chi sono e che lavoro trovano i nuovi laureati? Su questa domanda è costruito il Rapporto della fondazione Agnelli "I nuovi laureati. La riforma del 3 + 2 alla prova del mercato del lavoro" (edito da Laterza, 15 euro) presentato pochi giorni fa a Roma dal direttore dell’istituto, Andrea Gavosto. La ricerca affronta pregi e difetti del sistema universitario italiano e si interroga sugli effetti di quella riforma, voluta nel 2000 dall’allora ministro Luigi Berlinguer, ed entrata a regime ormai da più di dieci anni. Il punto cruciale riguarda il periodo post laurea: la formazione universitaria è adeguata alle esigenze del mercato del lavoro? Una domanda che ciclicamente torna a interrogare il territorio e che in passato aveva fatto discutere anche i lettori di VareseNews. La "giriamo", insieme a una valutazione sulla formula del 3 +2, ad alcune voci del mondo accademico locale partendo dal professor Alberto Coen Porsini, direttore del dipartimento di scienze dell’università dell’Insubria.
Professor Coen Porsini, la preparazione dei laureati e la domanda delle imprese viaggiano sullo stesso binario?
«Il nodo dei dibattiti sul futuro del sistema universitario italiano – spiega Coen – è proprio questo: il livello che viene richiesto dalle imprese corrisponde a quello dei laureati? E viceversa: il mercato del lavoro soddisfa le aspettative dei ragazzi? Per quanto riguarda la mia facoltà posso dire che chi segue un percorso di specializzazione tecnica, come informatici e ingegneri della sicurezza, viene letteralmente fagocitato dal mercato appena finisce gli studi, anzi spesso i ragazzi vengono contattati dalle aziende prima ancora di laurearsi».
Questa tendenza viene confermata dall’andamento delle richieste di assunzione dell’ufficio di Placement dell’Università dell’Insubria: tante le domande per gli informatici, diverse offerte per i laureati in economia, meno per le altre facoltà. Il problema, come spesso è stato ribadito dalle aziende, è che i ragazzi che seguono questi percorsi sono ancora pochi: servono tecnici ma gli studenti preferiscono altri indirizzi. Ma di chi è la responsabilità di questo gap? Cattivi consigli degli insegnanti, aspirazioni scollegate dalla realtà o cos’altro?
«Purtroppo il problema più grosso è che in questo paese non si riesce a trasmettere l’importanza della scienza e della tecnica. Qualcosa che non si limita al percorso delle scuole superiori ma che parte da prima, dalla scuola media. In questo scenario poco possono fare i docenti universitari se non cercare di dare ai ragazzi la preparazione migliore».
L’introduzione del 3+2 (laurea triennale e magistrale) ha modificato i criteri delle aziende nella scelta dei laureati da assumere?
«Rispondere è difficile, dipende da quello che cercano le imprese. Il titolo di studio è ovviamente importante ma quello che conta per le aziende è comunque la persona, le sue capacità. Per quanto riguarda la facoltà di Scienze dell’Insubria possiamo dire che i laureati magistrali trovano occupazione in tempi brevi. Ma questo tipo di studenti sono relativamente pochi e solitamente i più capaci».
Chi sono i nuovi laureati? In questi dieci anni come sono cambiati gli studenti e il loro approccio allo studio?
«Gli studenti sono sempre quelli è cambiato il modo di organizzare le facoltà. Per alcune discipline questa formula ha dato buoni risultati offrendo anche ai ragazzi della triennale una preparazione spendibile sul mercato. Ma questo discorso non vale per tutti gli indirizzi. Vale ad esempio per quelli tecnici e scientifici e non per altri come il caso di giurisprudenza che infatti ha fatto un passo indietro annullando di fatto la riforma. In alcuni casi è stato scaricato un peso eccessivo sugli studenti pensando di riuscire a condensare in pochi mesi programmi che in passato venivano affrontati in un intero anno di studi. All’Insubria abbiamo fatto un lavoro di organizzazione ragionevole anche perché in un’università giovane e snella è più semplice correggere rapidamente gli errori. L’eccessiva parcellizzazione dei corsi ad esempio caricava troppo i ragazzi che si trovavano a sostenere molti esami concentrati nello stesso periodo. Ora abbiamo introdotto esami più strutturati».
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