L’industria bellica, un business florido sulla porta di casa nostra

Michele Sasso, varesino, ha scritto per Chiarelettere "Armi, un affare di Stato", con Duccio Facchini e Francesco Vignarca. Un lavoro che racconta retroscena e personaggi di un mercato globale, che parte da molto vicino a noi

L’industria bellica macina utili e commesse milionarie, oltre che morti. “Armi, un affare di Stato” è il nuovo libro di Duccio Facchini, Michele Sasso e Francesco Vignarca, edito da Chiarelettere Reverse. Duecentocinquantasei pagine nelle quali i tre autori raccontano soldi, interessi e scenari di un business miliardario. C’è un business internazionale che continua a macinare miliardi. L’Italia è il quinto produttore mondiale di armi, che esporta in tutto il mondo. Simboli del made in Italy, anche in questo settore, sono la corruzione e gli scandali. Il libro percorre per la prima volta la filiera delle armi raccontandone affari, interessi e ritorni economici. Con nomi e cognomi di banche, politici, manager e imprenditori. Uno dei tre autori, Michele Sasso, è varesino, anche se trapiantato a Milano da anni. Gli abbiamo chiesto di presentarci il libro, partendo dall’idea di base fino alle ripercussioni per il nostro territorio, che ci sono e sono parecchie.

Come è nata l’idea di un libro sul mercato delle armi?
Siamo partiti da una mia inchiesta per L’Espresso del 2010: avevo indagato sui rapporti tra Italia ed Eritrea e sul coinvolgimento dell’ex assessore regionale Prosperini nel traffico di armi col Corno d’Africa. Da lì abbiamo sviluppato il progetto, puntando sulla volontà di raccontare le dinamiche di un mercato florido, sottoposto a dinamiche internazionali ma che parte dalla porta di casa nostra. È una storia di provincia oltre che mondiale: si parla di economia, di poltrone, di aziende che hanno sedi a pochi chilometri da Varese e che vendono armi o tecnologia militare a paesi in guerra.

Facci degli esempi...
Sicuramente è emblematica la vicenda Milanese, braccio destro di Tremonti che decideva delle nomine in Finmeccanica mettendo “amici” in ruoli strategici, senza chiaramente guardare ai curricula o ai meriti, ma per mere esigenze di potere. Oppure Dario Galli, attuale presidente della provincia di Varese, che quando il suo predecessore Reguzzoni decise di andare in Parlamento fu inserito in quota Lega Nord nel cda di Finmeccanica, una poltrona da 60 mila euro: fu messo a tutela del territorio? Non credo…

In provincia di Varese ci sono due aziende del gruppo Finmeccanica, Agusta Westland e Aermacchi, che producono mezzi e tecnologia utilizzata anche a fini militari. Queste due realtà danno lavoro a migliaia di persone nel nostro territorio: di questo ne avete tenuto conto?
Ovviamente, ma è ora di sfatare questa “leggenda”. Senza dubbio i posti di lavoro sono importanti e le due aziende citate ne danno tanto, ma non come si pensa. I posti sono limitati, le logiche di assunzione sono perverse e sempre in una zona grigia. In sostanza si arricchiscono i vertici e a pagare pegno sono i lavoratori e il territorio, sempre e comunque penalizzati.

Il libro a chi si rivolge? Agli addetti ai lavori o anche a chi di queste dinamiche ne capisce poco o nulla?
Abbiamo cercato di raccontare quello che accade nel modo più chiaro possibile, spiegando le influenze, il mercato, gli interessi e i protagonisti. Girano cifre pazzesche, i soldi in ballo sono tantissimi, un mare di denaro che foraggia il business delle armi. Abbiamo raccontato a chi non sa cosa c’è dietro quello che succede, partendo dalle industrie che sono a casa nostra per toccare il mercato internazionale, cercando di fornire un punto di vista allargato per capire le dinamiche più ampie possibili.

Una delle giustificazioni che si sentono più spesso da parte di chi lavora in Agusta o Aermacchi è che loro non producono armi da guerra, ma per uso civile. Anche questa è una leggenda o un falso mito?
Direi proprio di sì. Il travaso tra tecnologie militari e civili è continuo e il confine molto labile. Poi dipende molto dall’acquirente: se si vendono aerei a Israele o elicotteri alla Libia o a Bush non si può ignorare il fatto che potrebbero essere armati e usati per altri scopi. Cercano di virare sul comparto della sicurezza, del pattugliamento delle coste o del telespazio, ma il cuore del mercato sono le armi, che producono morte. Nel libro c’è l’aneddoto di una delle società con le quali faceva affari Prosperini che aveva sede a Varese: facevano import export, triangolando con paesi tarzi per poi far arrivare componenti belliche all’Iran, paese sotto embargo internazionale. Questa storia è lo specchio di quello che avviene anche a livelli ben più alti.

Sabato 13 ottobre a Venegono, davanti alla sede dell’Aermacchi si terrà una grande manifestazione contro la vendita di armi a Israele. Solo propaganda e ideologia o c’è una ragione concreta per chiedere questo stop?
850 milioni di euro per una commessa a Israele sono tantissimi soldi, nessun governo in un momento come questo avrebbe rinunciato ad un contratto di questo tipo. Ma occorre capire anche cosa ci obbligano ad acquistare in cambio: si parla di aerei da guerra in cambio di tecnologia militare, un accordo con tantissimi zeri. Per me sarebbe stato preferibile investire quei soldi in maniera diversa, in cultura, scuola, ospedali. Basta chiedere ai comitati per la Palestina che hanno visto da vicino le conseguenze sui civili, donne e bambini soprattutto, dell’operazione Piombo Fuso. L’ideologia non c’entra: quando si vendono aerei che potrebbero essere testati in operazioni contro popolazioni inermi dire no è l’unica cosa da fare.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 04 Ottobre 2012
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