Rossini e lo “Stabat Mater” del perdono
Eseguita nel venerdì santo del 1833, l’opera è da considerarsi uno fra i massimi risultati del compositore pesarese
Archi in sordina, un’entrée diafana e fatata, una melodia accennata da opera lirica “volgare” e abbozzata. Poi lo stacco, l’accordo decisivo e la voce: Gioacchino Rossini rigurgita la musica come colui che dopo tanti successi – siamo nel 1832, dieci anni dopo l’ultima apparizione pubblica con il “Guillaume Tell” del 1829 – avverte il bisogno di depurarsi dalla grandeur dei suoi crescendo. Lo “Stabat Mater” sorge come un’alba terapeutica, limpida ma pensata e drammatica. Nel 1832 la partitura è fatta e a Madrid, il venerdì santo del 1833, l’opera assale il pubblico nella sua prima esecuzione nella Cappella di San Felipe el Real per poi essere rimaneggiata per la presentazione a Parigi nel 1842. Anno in cui Gaetano Donizetti la dirigerà a Bologna nella sala dell’Archiginnasio. Partitura “seria”, dunque. E composizione che dichiara il “ritorno alla vita” di un artista che ora affronta con un’impensabile profondità il tema della spiritualità che, prima o poi, accompagna ogni uomo nel suo tragitto salvifico. Opera d’ingegno ma tipicamente rossiniana capace di non tradire ciò che Rossini aveva fatto sino ad allora – il belcanto con le sue linee coraggiose e le armonie libere e portanti – ma impreziosita, come afferma Paolo Fabbri, da un «percorso creativo interiorizzato e coltivato in silenzio, capace di affiorare come una vena carsica».
Lo “Stabat Mater”, che alla “leggerezza” dell’opera lirica sembra non voler rinunciare, rappresenta ora uno fra i massimi arrivi del musicista di Pesaro. “Stabat mater dolorosa / Juxta crucem lacrymosa / Dum pendebat filus”: “Addolorata in pianto la Madre stava / presso la croce da cui pendeva il figlio”. Pentimento, sommossa dello spirito, ricerca di una parola – un perdono – che in quel venerdì santo echeggiava in tutta Europa attraverso un “neoromanticismo dal fervore religioso”. Angoscia e dolore serpeggiano in un incedere continuo e lancinante: «Chi può trattenersi dal pianto davanti alla Madre in tanto tormento?». Un monumento sacro nato durante un viaggio in Spagna di Rossini che si completa, poi, grazie all’intervento di un compagno di studi del compositore alla scuola di Padre Mattei, Giuseppe Tadolini. Il movimento finale non ha nulla da invidiare al “Requiem” di Wolfgang Amadeus Mozart: "Amen. In sempiterna saecula” è un tripudio di grandezza ultraterrena nella quale il monito della sofferenza – “Quando la morte dissolverà il mio corpo fa che alla mia anima sia donata la gloria del paradiso. Amen” – sembra ingaggiare una sfida con l’eternità. È qui che tutta la compassione del testo di Jacopone da Todi si rileva con forza nel porre la musica al servizio della contemplazione e di quella Resurrezione figlia della Misericordia.
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