La tradizione è la piattaforma ideale per i makers
David Gautlett , sociologo inglese, è il teorico della società dei makers, gli artigiani digitali. È intervenuto alle Ville Ponti nell'incontro, organizzato da Confartigianato imprese Varese
«Voi non dovete imitare nessuno, avete già tutto. La tradizione deve essere la piattaforma per il futuro». David Gauntlett è un sociologo inglese tra i più famosi in questo momento: è il teorico della società dei makers, gli artigiani digitali. È intervenuto alle Ville Ponti nell’incontro, organizzato da Confartigianato imprese Varese, dal titolo “La società dei makers: la creatività dal fai da te al Web 2.0”, che è poi il titolo del suo ultimo libro, pubblicato da Marsilio editore. A dialogare e a confrontarsi con lui c’era Stefano Micelli, docente di economia all’università veneziana di Cà Foscari, e un folto pubblico, tra cui molti giovani.
C’è un punto di contatto forte tra il sistema manifatturiero italiano e la società dei makers: è la passione del fare, ecco perché secondo Davide Galli (foto sotto), presidente di Confartigianato imprese Varese, il futuro sarà dell’idea artigiana. «Il movimento dei makers riunisce tutte le persone che fanno qualcosa dalla robotica al lavoro a maglia – ha detto Gauntlett -. Gli italiani sono orgogliosi di quello che sanno fare ma sono poco inclusivi. Non servono grandi cose basta riconoscere la capacità artigianale».
Micelli ha ricordato quanto in questo nuovo tempo sia importante l’alleanza strategica tra il manifatturiero e il racconto digitale. «Riconoscere il valore delle cose fatte da altri è importante perché chi compra i nostri prodotti compra anche la nostra storia. Quindi il racconto del prodotto diventa parte del prodotto stesso».
In questo passaggio epocale i giovani hanno un ruolo cruciale. E non si tratta più di riconoscergli genericamente un salario, bensì un valore per quello che fanno. Il modello educativo più congeniale ai makers è italiano e si rifà al metodo Montessori: avete gli strumenti, fate quello che volete, costruite le vostre idee. Agli italiani vengono riconosciute universalmente delle qualità, ma non è stato creato un sistema formativo in grado di supportare il manifatturiero. «Il problema non è il basso costo ma la passione del fare – ha sottolineato il sociologo inglese -. E poi non si riesce a capire perché la gente debba per forza comprare a basso costo».
Gli stranieri vengono qui in cerca di successo e molte volte lo trovano, nonostante tutto. La parola chiave, suggerita da Paolo Rolandi di Confartigianato, è contaminazione. «È vero – ha detto Micelli – e su questo punto noi abbiamo fatto molti errori. Io sono del Nor Est e posso dire che con gli asiatici venuti in Italia siamo stati molto aggressivi, a volte a ragione, ma in molti casi senza ragione. Eppure i territori funzionano solo quando sono in grado di attirare nuovi makers. Nel Brenta l’esempio di Louis Vuitton, che viene a sua volta da una storia artigianale, è emblematico perché ha risvegliato in quel territorio la passione per il prodotto di qualità».
C’è il rischio di perdere una conoscenza quando l’obiettivo non è supportato dalla passione, oppure quando si fanno operazioni culturali che dividono a tavolino la cultura dalla saper fare. «Chi sono io per dire di essere la società della conoscenza? – ha ammesso Micelli -. Mia zia ha un forno, fa dolci buonissimi e tanti soldi, non potrebbe esserlo lei?».
La separazione tra intelligenza, come astrazione, e lavoro manuale, come semplice esecuzione, è l’altro errore commesso in questo tempo. Un problema che il "Libro Cuore" di De Amicis poneva già con un certo anticipo: «Il lavoro non insudicia. Non dir mai d’un operaio che vien dal lavoro: è sporco».
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