Niente stipendi, i lavoratori della Tintoria di Nerviano presidiano la fabbrica
Il lavoro è finito a dicembre, ma l'azienda non ha pagato le tredicesime e le mensilità arretrate, nonostante la vendita di una parte del magazzino. "Chiediamo solo i nostri soldi"
Per operai e operaie, impiegati e magazzinieri della "Tintoria di Nerviano" il Natale è stato più amaro che mai. Hanno perso il lavoro da un giorno all’altro e neppure i soldi arretrati sono arrivati a dare un po’ di serenità, almeno per le spese da affrontare sotto Natale: «Non hanno pagato neppure quelli che hanno lavorato nel mese di novembre e dicembre» dicono arrabbiati i lavoratori che stanno presidiando lo stabilimento, che sta a Cassano Magnago. Dalla sera di lunedì sono «in assemblea permanente», dietro i cancelli chiusi: organizzati in cinque turni giornalieri da sei persone, presidiano l’azienda, per evitare "colpi di mano", per evitare che vengano portati via i macchinari e il magazzino, ancora ben fornito di prodotti.
A novembre c’era stato l’accordo sulla Cassa Integrazione Straordinaria per crisi aziendale, nel frattempo sono stati pagati anche gli stipendi di ottobre. Il grosso dei lavoratori sono rimasti a casa, salvo tre-quattro persone: una custode e tre magazzinieri, rimasti a gestire le consegne di prodotto finito. «Da allora la ditta ha lavorato con tre persone e non hanno pagato stipendi nè tredicesime», spiega un operaio. Non sono stati pagati neppure gli anticipi di cassa integrazione ordinaria per ottobre, per il gruppo di operai che era già in cassa. E questo, nonostante l’azienda abbia anche piazzato una parte dei prodotti immagazzinati (nella foto, a novembre). «Hanno spedito fino a dicembre, ma i pagamenti a noi sono fermi: hanno mancato alle promesse».
Questa è la situazione sul campo. I dipendenti della fabbrica (poco più di una trentina quelli che portano avanti l’assemblea permanente) non chiedono prospettive future, c’è molta disillusione rispetto alla situazione del tessile e si punta a veder riconosciuto almeno il lavoro fatto, anche solo quello: «Chiediamo quello che ci spetta, di essere pagati».
La proprietà dello stabilimento cassanese è del Cotonificio Veneto di Vicenza, nato nel 1989 sulle ceneri dell’impero dei Rossi di Vicenza e andato avanti nel terzo millennio tra alti e bassi, tra promesse di rilancio e qualche passo falso nelle spedizioni in Puglia, a caccia di fondi europei da rastrellare, dopo aver disegnato a fine anni Novanta una (apparentemente) credibile strategia nel Sud.
La protesta a Cassano è convinta e consapevole, forse ha in qualche modo sorpreso anche la stessa proprietà: «Non appena abbiamo convocato l’assemblea permanente, hanno promesso l’incontro, che dovrebbe tenersi all’Associazione Industriali di Legnano, il 23 gennaio». Per i lavoratori è un passaggio importante: se si passasse dalla CIG straordinaria per crisi a quella per cessata attività si otterrebbero più facilmente i soldi, quelli che servono a portare avanti le famiglie. La fabbrica ha una storia di una dozzina d’anni, ci sono trentenni e persone di mezza età, accomunati dalla disillusione ma anche dalla voglia di avere quanto spetta loro, almeno per il lavoro fatto, "risarcimento" per il lavoro perso all’improvviso, con i cancelli che all’inizio di novembre sono rimasti chiusi senza neppure una comunicazione. «I proprietari li avranno fatti i regali di Natale, no?» dice con voce calma e ferma un tecnico. «Mi fa rabbia pensare che io non l’ho fatto il regalo, a mio figlio, questo Natale. Lui capisce la situazione, è abbastanza grande. Ma non è giusto».
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