“La frana si è portata via l’ingresso di casa mia”

La denuncia di Attilio De Santi, che nel 2012 ha visto crollare la strada d'accesso alla cascina della sua famiglia. Il progetto di recupero ora è fermo: «Stanno portando via la terra, come faranno a risistemare?». A che punto siamo

La casa della famiglia De Santi è una bella cascina, di quelle che ancora ricordano il paesaggio lombardo quando si viveva di agricoltura. Ma Attilio De Santi, quella casa, non la può usare, perchè non esiste più la strada di accesso, divorata dal fronte della frana di Somma, oggi stabilizzata ma ancora "irrisolta" (nella foto). «Avevo chiesto il ripristino della strada di accesso come era, ma mi hanno detto che oggi non è possibile riportare allo stesso livello» spiega De Santi, mostrandoci l’enorme voragine creata dai crolli del 2012, quando la frana avanzò per tre mesi mangiandosi la collina del Belvedere.

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Foto-storia della frana di Somma 4 di 26

Il ripristino della zona è andato avanti lentamente e oggi la situazione è a un punto di empasse, con il progetto del Consorzio ET Villoresi contestato dal Comune (che non ha stanziato soldi per il ripristino, qui le motivazioni) e in parte anche dagli stessi proprietari, la famiglia Rovelli che ha perso la casa crollata nella voragine e De Santi che contesta la validità del progetto. «La strada di accesso alla mia cascina attraversava il prato costeggiando la proprietà Rovelli – spiega – ed è completamente scomparsa». Perchè non piace il progetto del Consorzio Villoresi? Perchè il terreno non verrebbe riportato alla quota originaria di 255 metri s.l.m., ma si fermerebbe a 250 metri. Sembra una differenza da poco, m secondo i proprietari non lo è: «La strada di accesso scenderebbe di 5 metri e poi risalirebbe di altri 5. Ma sarebbe 50 metri lineari, pari ad una pendenza del 10%», spiega De Santi, che non demorde nella sua richiesta. «È la cascina della mia famiglia, costruita in due tempi: la parte più antica risale al Settecento, una delle più vecchie a Somma. Mio nonno ha poi aggiunto una parte nel 1945. Oggi è stata dissequestrata, ma mancano gli impianti che vanno ripristinati dopo il crollo, non c’è luce nè acqua».

Ma – a parte la questione dei soldi per il progetto di recupero – qual è il nodo centrale della questione? È il terreno franato a valle nel 2012. Secondo il Comune la terra è stata ceduta all’impresa che intervenne in prima battuta, di fronte al primo (già consistente) smottamento di maggio, da circa 20mila metri cubi. «È frutto di un accordo sovracomunale, c’è un accordo tra Aipo (l’autorità di bacino del fiume Po, il "vecchio" Magistrato del Po, ndr) e l’impresa, chiamata per il primo intervento per tenere transitabile la strada» spiega l’assessore all’ambiente Alberto Barcaro. La terra finì nella zona del campo comunale, «tanto che due mesi fa ho posto la questione dell’occupazione dello spazio», dice Barcaro.

Aipo aveva il compito di evitare che il materiale finisse nel fiume Ticino, iniziò i lavori il 9 luglio 2012 e li concluse in circa un mese: sfruttando una legge regionale, l’intervento dal valore di 26mila euro fu pagato con uno scambio di materiali, poco più 10mila metri cubi di terra ceduti all’impresa intervenuta, una quantità relativamente ridotta rispetto ai volumi in gioco (la frana ha mosso 100mila metri cubi). La terra fu stoccata ai margini del campo sportivo, in un terreno comunale: a guardare i cumuli di terra sembrerebbe che una parte sia già stata portata via dall’impresa, vedendo la terra smossa priva di vegetazione infestante (che si sviluppa soprattutto in primavera ed estate) anche di recente.
Se il materiale se ne va, la domanda a questo punto rimane: sarà mai possibile vedere ripristinato il profilo della collina del Belvedere affacciata sul Ticino? Per ora la risposta sta a quota 250 (quella fissata dal Consorzio Villoresi per il ripristino), ma l’accordo è ancora lontano.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 15 Novembre 2014
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