Le multinazionali entrano in Italia per poi espandersi in Europa

Il professor Marco Mutinelli responsabile della banca dati Reprint del Politecnico di Milano spiega le dinamiche e le ragioni degli investimenti esteri in Italia e commentar i dati dell'Ufficio studi e statistica della Camera di Commercio

 
Sulle analisi e sui dati elaborati dall’Ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio, interviene l’economista Marco Mutinelli, dal 1990 responsabile aggiornamento della banca dati “Reprint Politecnico Milano-ICE” sugli Investimenti Diretti Esteri (IDE) in Italia.

Professor Mutinelli, la dinamica temporale evidenzia un rallentamento degli Investimenti Diretti Esteri dei Paesi che tradizionalmente investivano sul nostro territorio, a fronte di un deciso incremento del mondo asiatico. Stiamo semplicemente replicando quello che succede a livello globale o Varese presenta qualche peculiarità?
«No, è un dato comune a tutti i paesi a economia avanzata: sta insomma emergendo una crescita degli investimenti delle nazioni di nuovo sviluppo, soprattutto di quelle asiatiche. Pensi che, se nel 2000 la percentuale dei dipendenti delle imprese italiane partecipate da investitori esterni alla triade Europa Occidentale-Nord America-Giappone costituiva il 2% del totale, oggi questo dato è salito al 7%».

Quali le strategie prevalenti che stanno dietro a queste acquisizioni “asiatiche”? Varese solo come base commerciale oppure si punta veramente al patrimonio tecnologico delle nostre aziende?
«Diciamo che, quando arrivano da questi paesi di nuovo sviluppo, le multinazionali di solito entrano in Italia come base per espandersi in Europa: sono attratti da marchi, tecnologia e design. Gli asiatici tendono insomma anche al patrimonio tecnologico delle nostre aziende».

Quanto incide nelle scelte d’investimento la specializzazione del nostro territorio sul versante della filiera produttiva in diversi ambiti? Pensiamo al tessile o alla meccanica…
«Questo è un punto di vantaggio, perché in particolare gli investitori asiatici puntano a settori “forti”, molto radicati sul territorio nella loro struttura produttiva».

Sul fronte del mercato del lavoro, spesso si dice che, con un “padrone” lontano, ci sono più rischi per il personale: è proprio così?
«L’inserimento in una filiera e quindi l’essere parte integrata di una rete, per un’azienda è un fattore di sopravvivenza: anche gli investitori esterni ci pensano due volte prima di chiudere un’esperienza vitale per la loro permanenza in un settore. No, non credo che in generale l’avere un padrone lontano in un’economia a filiera come quella varesina sia un elemento di pericolo sul versante del mercato del lavoro. Certo, l’importante è che chi si trova al vertice aziendale creda nel prodotto e investa in innovazione e crescita della propria struttura».

Malpensa agisce veramente come fattore attrattivo?
«Beh, sicuramente avere una logistica favorevole per un territorio è un elemento di vantaggio competitivo. Basta pensare alla crescita quantitativa e qualitativa del mondo della logistica in provincia di Varese a seguito del progetto “Malpensa 2000”. Certo che, con i chiari di luna degli ultimi anni, c’è il rischio che lo scalo della brughiera si trasformi in fattore di rischio».

Dando uno sguardo più ampio, l’Italia, ma soprattutto Varese, è ancora attrattiva? Nell’immediato futuro dove s’indirizzeranno gli investimenti produttivi internazionali? Quali i blocchi paesi prevalenti, ancora quello del mondo orientale? Oppure…
«Non uso mezzi termini: per nuovi insediamenti, soprattutto sul versante manifatturiero, siamo molto poco attrattivi come Sistema Italia, anche rispetto a un’Europa che pure risulta poco attrattiva. Rimaniamo però interessanti dal punto di vista delle acquisizioni di realtà già consolidate, soprattutto quando queste ultime si trovano di fronte a problemi di successione o di necessità di salto qualitativo che non riescono ad affrontare con le sole proprie risorse. Spesso la piccola dimensione, che pure nel passato anche recente era un fattore di competitività, ora nel mondo globalizzato è un elemento di debolezza. Talvolta nel nostro paese c’è una sorta di opposizione preconcetta verso gli investitori esteri: dobbiamo invece capire che talvolta sono un fattore di crescita per sfruttare in tutte le loro potenzialità i nostri prodotti d’eccellenza».

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Pubblicato il 10 Dicembre 2014
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