“Uva ci insultava, ma nessuno lo picchiò in caserma”

La testimonianza oggi in aula di tre operatori del 118 che quella notte intervennero in via Saffi, al comando provinciale dei carabinieri

I tre operatori dell’ambulanza che intervenne dai carabinieri, la notte in cui Giuseppe Uva fu portato in caserma, oggi in aula, hanno confermato di non aver visto alcuna violenza contro di lui. Gli operatori hanno invece riferito di averlo visto molto agitato, e che fu egli stesso a colpire una porta a vetri con una testata.
(nella foto, Lucia Uva, parte civile)

Inoltre, hanno ribadito che Giuseppe era talmente difficile da gestire che li insultò al loro arrivo, mentre hanno affermato che i carabinieri non furono aggressivi nei suoi confronti. Anche queste testimonianze raccontano un film molto diverso, da quello andato in onda in tv negli ultimi anni.

Il processo contro 2 carabinieri e 6 poliziotti per omicidio preterinzionale, sta evidenziando una sostanziale mancanza di prove del presunto pestaggio, almeno fino a questo momento. Il testimone chiave rimane Alberto Biggiogero, l’amico di Uva, che ha affermato di averlo sentito urlare come se lo stessero picchiando. Una affermazione che nasce dall’aver udito delle urla, ma riferita da un teste che, in più occasioni, ha mostrato molte contraddizioni e confusioni, e che ha ammesso di aver bevuto e assunto droghe in grande quantità quella notte.

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Detto questo, i barellieri del 118 quella notte c’erano. E hanno confermato che Uva era molto agitato. Una teste ha detto di essere insultata con parole a sfondo sessuale “so io come farti godere” mentre gli altri di aver uditi parole minacciose “Vi vengo a prendere, so dove abitate”. Si tratta ovviamente di improperi pronunciati da un uomo che era fuori di sè e dunque vanno presi e interpretati calandosi nella concitazione di quei momenti. I carabinieri, secondo i barellieri, avrebbero avuto tuttavia un comportamento sempre passivo. Ma anche mettendo in pratica un comportamento a sua tutela. La testimonianza è stata ascoltata dalle 10 fino alle 16.

E’ emerso che gli operatori si sono fermati fino alle 6 e 23 al pronto soccorso, particolare importante perchè le loro dichiarazioni dovranno essere confermate con le dichiarazioni della testimone che avrebbe visto delle violenze in ospedale Assunta Russo. I barellieri dicono che  nessuno ha sentito delle urla di Uva in bagno. Il racconto di oggi collima con quello in fase di indagine dell’operatrice che raccontò quanto qui sotto vi riproponiamo. 

(da un articolo di varesenews del giugno scorso)

Ma c’è un’altra testimone nuovamente interrogata in questa fase di inchiesta, Manuela Montalbano, un’operatrice del 118 che entrò nella caserma di via Saffi e poi fece con Uva il tragitto in ambulanza fino al triage del pronto soccorso. Sull’ipotesi del pestaggio in uno stanzino dell’ospedale la donna è in linea con il collega Zanella: Uva andò in bagno, e non in uno stanzino qualunque, e perché gli scappava la pipì. «Ha chiesto di essere accompagnato in bagno…ma è durato veramente poco».

Nell’interrogatorio il pm chiede se qualcuno fece contro di lui atti contenitivi, alludendo a violenze o altro: «E’ sempre stato toccato solo per evitare che si facesse del male. Come l’episodio della barella prima (si riferisce al momento in cui venne soccorso dai carabinieri, ndr) nel momento in cui lui insultava non c’è stata dall’altra parte nessuna risposta in negativo». «Non ha mai detto a voi che è stato picchiato dai carabinieri?» chiede il pm. « No». Inoltre, la testimonianza della Montalbano, come quelle dei medici Noubissiè e Obert che intervennero in caserma (il primo chiamato dai carabinieri alle 4 e 11, l’altro chiamato dal collega per il tso meno di un’ora dopo) avvalora invece la tesi dell’autolesionismo. Al suo arrivo in caserma la barelliera racconta questo: «Quello che mi ricordo io – afferma – è che si è aperta la porta (di una stanza della caserma dei carabinieri di via Saffi, ndr) ed è uscita questa persona. Noi all’inizio non sapevamo chi fosse, quindi è uscito urlando e si è proprio lanciato contro la parete di fronte. E anche sulla porta a vetri che c’è poco prima dell’uscita. Rimbalzava, era agitatissimo, ho avuto paura, e ho detto ‘adesso rompe il vetro e si fa male’…poi ha fatto le scale in maniera rovinosa, agli ultimi gradini è inciampato, e le persone che erano intorno a lui l’hanno aiutato a mettersi sulla barella». Uva, prima di salire sull’ambulanza, era talmente agitato che minacciava tutti i presenti: «Ha minacciato me, ha minacciato i colleghi….nel senso che io, in quanto unica donna presente sul posto, sono stata presa un po’ di mira dal punto di vista femminile, mentre agli altri diceva: ‘io ti vengo prendere a casa tanto ci metto poco a sapere dove abiti’ e tutte queste cose qui…ma siamo abituati». Infine, secondo la testimone, interrogata il 29 aprile scorso, Uva continuò à farsi del male anche in ambulanza e in ospedale. «Lui continuava a sbattere la testa sulla barella – racconta al pm – e abbiamo concordato con il collega di mettergli il collare giusto per evitare che si facesse del male. Quando siamo arrivati al triage dove poi c’è l’infermiera, è sceso e… stessa scena precedente. Ha sbattuto contro la porta che chiude la parte dove ci sono le barelle delle persone…».

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Pubblicato il 06 Febbraio 2015
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