Cedrate e il ricordo di tre partigiani. “Mio fratello si portò dietro un po’ di terra del suo paese”

Nel giorno della commemorazione del 4 novembre il quartiere di Gallarate, un tempo piccolo paese, riscopre la targa per i caduti della Guerra di Liberazione

gallarate, cedrate, 4 novembre

Nel giorno del 4 novembre “festa dell’Unità Nazionale”, il quartiere di Cedrate fa rivivere anche il ricordo di chi – trent’anni dopo la Grande Guerra – prese le armi per difendere l’Italia dall’invasore straniero (la Germania nazista) ma anche per difendere la democrazia.

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Giancarlo Praderio, Pasquale Gasperi ed Ermenegildo Bergo erano tre cedratesi caduti nel 1944-45, patrioti e partigiani uccisi dai nazifascisti. I loro nomi erano (e sono) su una lapide sulla facciata delle scuole di via Tommaseo, un tempo elementari e oggi medie: la lapide è stata ricollocata dopo i lavori di riqualificazione dell’edificio. «Tre ragazzi che hanno frequentato le scuole qui, alle elementari di Cedrate», è stato ricordato durante la cerimonia, che ha visto anche l’intervento della dirigente scolastica Barbara Pellegatta e del sindaco Edoardo Guenzani.

Bergo e Gasperi erano due trentenni, che avevano famiglia, ma presero comunque le armi per resistere all’invasore e al fascismo. Diversa era la storia di Giancarlo Praderio: era il giovanissimo (19enne) figlio di una delle storiche famiglie del paesino di Cedrate, era uscito solo pochi anni prima dalle mura della scuola.
«Era un ragazzo solare, gli piaceva lo sport, aiutava tante persone e voleva fare medicina all’università» ricorda la sorella Guglielmina Praderio, tra le ultime testimoni di quegli anni ormai così lontani e a rischio di essere dimenticati. «È stato richiamato alle armi, poi era finito all’ospedale militare di Torino, per la malaria. Quando è partito, è partito con un sacchetto di terra del suo paese, quasi un presentimento del suo destino. Sapeva che non poteva combattere con i tedeschi, alla prima occasione ha disertato e si è unito ai partigiani» (una brigata garibaldina, nella zona di Arezzo). Fu catturato insieme ad altri compagni e ucciso in località San Polo di Arezzo: «La maggior parte li fucilarono. Agli ultimi invece fecero scavare la fossa, a lui, a un ufficiale e a un altro. Poi li fecero saltare in aria con l’esplosivo. Lo portammo a casa grazie al cappellano militare, lo riconobbero perché in quei giorni era vestito di bianco».

«Ho perso un fratello in una guerra e uno zio  nella Prima Guerra Mondiale» racconta ancora Guglielmina, nel giorno in cui si commemora la vittoria nella Grande Guerra, ottenuta con il sacrificio (ben poco volontario) di centinaia di migliaia di giovani soldati. Oggi i testimoni sono sempre di meno, ma il ricordo rimane vivo: il coro ha cantato la canzone friulana e molto intima Stelutis Alpinis (preferita a canzoni della Resistenza), c’erano anche decine di ragazzini e ragazzine che oggi frequentano quella scuola, tra cui il nipote di Giancarlo Praderio. «Ricordiamo il sacrificio di ragazzi poco più grandi di voi – ha detto il sindaco – che lottarono per la libertà, per una pace che fosse anche di democrazia, perchè vivessimo senza più guerre».

 

 

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

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Pubblicato il 04 Novembre 2015
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