Varese accoglie Zak, perseguitato perchè troppo bianco
Abdul Razak Sule, Zak per gli amici italiani ha ottenuto, a tempi record per gli standard italiani, il suo permesso di soggiorno per motivi umanitari: ecco perchè

Abdul Razak Sule, Zak per gli amici italiani, mostra la tessera con una soddisfazione che rasenta la felicità: ha ottenuto, a tempi record per gli standard italiani, il suo permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Zak è a Varese dall’estate del 2015: ha fatto parte dell’ondata di richiedenti asilo di quell’anno, e noi l’abbiamo conosciuto perchè faceva parte del gruppo che era venuto ad aiutarci alla nostra festa, Anche IO, nell’edizione di quell’anno. Il sì al permesso l’ha ottenuto a fine agosto: cioè in poco più di un anno, molto meno di quello che i suoi “colleghi” spesso attendono, di solito oltre 2 anni.
QUANDO “I BIANCHI” SONO PERSEGUITATI
Zak ha ricevuto “al primo colpo” il permesso di soggiorno per motivi umanitari, senza rinvii o appelli. Ed è probabile che il motivo si lo stesso per cui è scappato dalla Nigeria, ed è tristemente noto anche qui: Zak è troppo chiaro di pelle.
Nella sua nazione viene considerato un albino, e con gli albini in quella zona d’Africa si fanno riti magici che prevedono sacrifici umani: sono considerati figli del demonio e le loro parti servono, secondo le credenze, a guarire le malattie. (Leggi la voce di wikipedia inglese, oppure leggi un articolo in italiano sugli albini africani)
LA STORIA DI ZAK, IN FUGA DAL SUO PAESE CHE LO VUOLE A PEZZI
«Abito in una cittadina di 80mila abitanti, la casa della mia famiglia la posso vedere ancora da Google Earth. Ma non ho mai frequentato le scuole – per me sarebbe stato troppo rischioso – e sono dovuto andare a Benin City per stare un po’ più al sicuro da uno zio, che mi ha assicurato protezione – era un insegnante – e mi ha insegnato l’inglese corretto e altre cose. Purtroppo, mio zio è morto, e per continuare a sopravvivere senza la sua protezione sono dovuto fuggire a Lagos. Lagos però è un posto terribile: li sono stato rapito con altre persone come me. Molte di loro le ho viste morire e poi tagliare a pezzi. Io penso di essere vivo perchè l’ha voluto Dio: avrei dovuto fare la loro stessa fine, ma per un vero miracolo sono riuscito a sciogliermi dalle corde che mi legavano».
LA FUGA
Di fronte a un tale pericolo, a Zak non restava altro che andare via dalla Nigeria. La sua prima tappa è stata la Libia: «E a dire il vero mi sarei anche fermato lì: Inizialmente non avevo nessuna intenzione di attraversare il mare. Ma la Libia non era come me l’avevano raccontata. Era insicura, piena di terroristi che cercavano di costringerti a raggiungerli. Io sono musulmano, ma non avevo nessuna intenzione di fare una cosa del genere. E poichè indietro non potevo tornare, non ho potuto fare altro che andare avanti. Sono stati 5 giorni di navigazione tremendi, dove è morto anche un mio amico che stava facendo la traversata con me. Alla fine di quei 5 giorni sono arrivato, insieme agli altri, a Reggio Calabria. Ero salvo».
Da lì, Zak è stato portato direttamente a Varese, dove lo aspettava la cooperativa Ballafon. E’ stato nell’aprile del 2015. A Fine agosto 2016 ha ricevuto la comunicazione dell’ottenimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Per questo, ora, può finalmente esibire la sua tessera.
“ITALIA, UN POSTO TRANQUILLO”
Provo a chiedere se si sente a disagio in una città dove forse riceve freddezza nei suoi confronti, come nei confronti degli altri rifugiati. Ma lui risponde solo «Io qui sono tranquillo. Riesco a dormire, a uscire di casa senza temere che mi rapiscano o mi ammazzino».
La sua unica paura è quella di non trovare un posto stabile, non potersi mantenere per poter sopravvivere qui, e quindi ritrovarsi di nuovo nell’incertezza, nel rischio – per lui mortale – di ritornare in Africa. Per questo la sua preoccupazione principale è un lavoro, e un luogo ragionevole per andare a vivere. Ma non è facile: i sospetti prevalgono sulla disponibilità, malgrado sappia parlare un po’ l’italiano, dia una disponibilità totale sia per i tempi di lavoro che per il tipo di mansione.
«Alla fine di ottobre, giustamente, non farò più parte del progetto dei rifugiati: devo trovare al più presto un lavoro e un posto dove dormire» è il suo unico pensiero, dietro quel sorriso triste ma sollevato di chi ne ha passate tantissime per avere solo 23 anni, e sa bene che qui, in ogni modo, sarà meglio che rischiare ogni giorno di essere squartato. E anche noi, ascoltandolo e raccontando la sua storia, non possiamo che fargli i migliori auguri di buona fortuna.
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