Mannheimer: “C’è più fiducia nei casinò che nelle banche”

Presentato alla Liuc "La buona banca" di Fulvia Sisti. Docenti e banchieri hanno ripercorso la lezione di Raffaele Mattioli

Avarie

Nonostante l’immagine della banca abbia toccato in questi ultimi anni il punto più basso nel gradimento degli italiani, nell’aula Bussolati dell’università Liuc di Castellanza c’era un discreto pubblico ad ascoltare la giornalista Fulvia Sisti, autrice del libro “la Buona banca” (historica), e i cinque relatori chiamati a ripercorrere dopo oltre ottant’anni la lezione di Raffaele Mattioli e della Comit.

Tra i tanti spunti emersi nella serata, organizzata dall’associazione Prisma e dall’ateneo di Castellanza e moderata dal giornalista del “Sole24ore” Gianfranco Fabi, forse uno più di tutti ha sollecitato il pubblico presente: è possibile oggi fare buona banca in un contesto pervaso dalla tecnologia e dalla necessità di redditività sempre più erosa dalle stringenti regole di Basilea? Per Fulvia Sisti la risposta è sì. Una convinzione così radicata che l’autrice l’ha scelta come titolo del suo libro, quasi una provocazione di questi tempi. «Raffaele Mattioli – ha spiegato la giornalista – ha salvato la Comit dal fallimento avendo come riferimento un principio: il bene della banca è il bene del Paese e viceversa. La banca deve ritornare alle sue originali funzioni, cioè raccogliere risparmio e dare credito, seguendo il criterio del merito, a famiglie e individui».

Una convinzione condivisa anche dal banchiere Giovanni Pirovano, vice presidente di Banca Mediolanum, che ha parlato di «risparmio tradito» perché i soldi sono dei depositanti e gli istituti di credito hanno il dovere di tutelarli. La banca al servizio del risparmiatore non richiede un surplus di etica, per Pirovano è sufficiente che banchieri e bancari facciano bene il proprio lavoro. È l’uomo dunque la variabile strategica della banca e non la tecnologia. «La banca solo tecnologica – ha sottolineato il banchiere – è destinata a scomparire».

Il ruolo di Mattioli è stato fondamentale per l’Italia, tanto che per oltre mezzo secolo la Comit ha fornito i direttori generali a tutti gli istituti di credito italiani. A quei tempi i banchieri sedevano nei cda delle imprese e gli imprenditori in quelli delle banche. «Banca e impresa erano uniti come gemelli siamesi – ha spiegato Pierangelo Dacrema, docente di economia degli intermediari finanziari all’università della Calabria – perciò quando muore uno dopo qualche minuto muore anche l’altro, non dimentichiamo che l’Ansaldo ha fatto quasi saltare la Comit e determinante fu la scelta di Mattioli di fondare Mediobanca. Mi dispiace che oggi la Banca commerciale italiana sia sparita, annegata in Intesa Sanpaolo».

Valutare la diversità dei contesti è fondamentale per poter giudicare l’opera di Mattioli. Un tempo le banche erano tutte pubbliche, c’era una scarsissima concorrenza tra le stesse e nell’immaginario collettivo la parola banca era sinonimo di prestigio, fiducia e sicurezza economica. Secondo Valter Lazzari, docente di economia degli intermediari finanziari della Liuc di Castellanza, ci sono però dei principi che sono validi oggi come allora. «Per me il denaro è la fatica fatta da mio padre per guadagnarlo – ha detto l’ex rettore della Liuc – ecco perché le banche devono preservarlo e fare le cose nel miglior modo possibile. Io diffido dell’estrema tecnicità delle banche e non darò mai i miei soldi a un super esperto. Le banche gestiscono la fatica delle persone, qualche regolina in più ci vorrebbe».

Raffaele Mattioli non era un super esperto ma un uomo a «tutto tondo», di grande cultura, con  un’apertura mentale non usuale per quei tempi, che godeva della stima dei personaggi che contavano ma anche del semplice correntista che affidava il frutto delle suo lavoro allo sportello della banca. Jean Michel Gardair nel giorno della morte di Mattioli, avvenuta il 27 luglio del 1973, sulle pagine di “Le Monde” lo definì «Il più grande banchiere italiano dopo Lorenzo il Magnifico».

In pochi decenni il prestigio della banca come istituzione è letteralmente crollato diventando un facile bersaglio su cui sparare sentenze e opinioni negative. Quel rapporto di affidabilità e stima non c’è più e per ricostruirlo ci vorrà molto tempo. «Il livello di fiducia degli italiani nelle istituzioni – ha concluso il sociologo Renato Mannheimer –vede al primo posto i vigili del fuoco, perdono molte posizioni anche la Chiesa e il Presidente della Repubblica. Per quanto riguarda la fiducia nelle banche ce n’è meno che nei confronti dei casinò».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 10 febbraio 2018
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