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La tomba di Santiago, il senso del cammino

I saluti tra gli amici, le prime riflessioni sul cammino e le meditazioni con padre Fabio

Cammino di Santiago

Quando arriviamo noi quattro la piazza è deserta. Oltre a me, Giampaolo e Sabrina, che cammineranno fino a Muxia e Finisterre, e Gigi che è venuto per salutare i due amici con cui abbiamo condiviso parte del cammino, non c’è nessuno. 

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I saluti sono sempre un momento forte, delicato, emozionante. Passare tanti giorni insieme, dormire negli stessi spazi, ridere, faticare, riflettere, confrontarsi, gioire per la meta raggiunta è un’esperienza intensa e per molti versi unica. 

Per tutta la pattuglia, che comprende anche Costantino, Paolo, Fabrizio e Thomas, che stamattina sono rimasti a letto, questo era il primo cammino. Come tale non si scorderà più e con lui le persone che lo hanno percorso insieme. Ci siamo incontrati in momenti diversi. Io ho camminato da solo per dieci giorni, poi a metà delle mesetas ho iniziato a fare dei tratti con alcuni di loro. Dopo Leon il gruppo era quasi consolidato, e da qualche tappa dopo abbiamo fatto molto insieme. 

Nel frattempo albeggia, e nella piazza si sentono solo i gabbiani che volano e planano bassi. San Giacomo è lassù che vigila dall’alto di una cattedrale che, come in altre città, è in continuo movimento. Stili diversi si mescolano, ma al centro rimane l’apostolo che condivise gli ultimi anni di vita di Gesù e poi venne ad evangelizzare la penisola iberica. 

“Siamo qui solo per rendere omaggio alla tomba di Giacomo.  – spiega don Fabio, guanelliano e parroco di O Pedrouzo – Il cammino di Santiago è questo. È l’incontro con l’apostolo di Gesù, con colui che lo ha visto risorgere. Da quel momento cambia tutto per lui perché non avrà alcuna paura della morte e tutta la sua vita sarà votata a seguire il Figlio di Dio. Piange il cuore che pochissimi arrivino fin qui e vadano a pregare sulla tomba di San Giacomo. In tanti nemmeno conoscono la sua storia e chiedono solo del botafumeiro”. 

Da alcuni anni i guanelliani sono a Santiago per tenere aperte le chiese e per sviluppare una catechesi del cammino. La mia esperienza di queste settimane, proprio all’ultimo, ha ricevuto in dono l’incontro con padre Fabio, suor Sara e tanti giovani che sono venuti a percorrere gli ultimi cento chilometri. Il sacerdote lì ha accompagnati e da Portomarin ha celebrato la Messa tutti i giorni con loro facendo sempre seguire momenti di meditazione sul cammino. La sua presenza a Santiago, con l’Eucarestia celebrata nella cattedrale tutti i giorni alle 10, è  un appuntamento da non perdere. 

“Sul cammino si incontra di tutto – racconta padre Fabio – dal bigotto che dice il rosario tutti i giorni all’ateo, da chi viene dall’altra parte del mondo a chi lo percorre più volte, a chi decide di sposarsi qui. Quello che si è sbagliato fin dall’inizio è stato diffondere l’idea che qui si trovino risposte ai propri problemi. Non è così. Perché Dio a Santiago è lo stesso di dove noi viviamo. Ed è lì che dobbiamo cambiare”. Il sacerdote è un predicatore eccezionale e incanta. Ho partecipato a ogni momento in cui era possibile ascoltarlo. Ci siamo incrociati in tanti luoghi, anche lungo l’ultima tappa e quando ci ha visti ci ha riconosciuto, sorriso e salutato. Occorre aprire il cuore e la mente per scoprire altre angolazioni, altri stimoli, altre provocazioni. Vale sempre, ma qui, dopo 800 chilometri di strada, ha un valore ancora più intenso. 

È difficile fare un bilancio a caldo di un’esperienza come questa. Ci sono tanti piani di lettura che si intersecano. Per me, che ho già percorso tutta la via Francigena, una conferma è la straordinaria possibilità di tenere insieme tre dimensioni della vita: quella fisica, mentale e spirituale. È un intrecciarsi continuo di questi stati. La tanta strada richiede organizzazione e cura del corpo e dell’anima. Senza i primi due elementi il cammino rischia di trasformarsi in uno strazio. Ci sono persone che percorrono 50 km su asfalto in un giorno e poi si ritrovano con i piedi e i muscoli a pezzi. Persone che rifiutano di conoscere come si sviluppa il cammino e così si perdono occasioni di incontro con monumenti, storia e tradizioni. Persone che pensano solo alla meta come fosse un trekking organizzato in cui contano solo le prestazioni fisiche. L’elenco potrebbe proseguire a lungo, ma ognuno farà poi i conti con se stesso perché il cammino è una grande opportunità di mettersi allo specchio.  Ha ragione padre Fabio: non risolve niente, ma apre qualcosa di importante. Per ognuno che arriva a Santiago c’è questa possibilità. Viverla dipende solo da noi. 

Tanta strada porta con se curiosità diverse. Personalmente torno più ricco anche da un punto di vista culturale. Non ho perso occasioni per conoscere e andare a visitare luoghi anche quando richiedeva un bello sforzo o una partecipazione economica. Mi resterà sempre presente la tappa ad Atapuerca. Faticosa e pesante. Eppure, una volta arrivato, dopo due ore sono andato a fare la visita guidata all’area archeologica dove sono stati rinvenuti i resti di un ominide vissuto 800mila anni fa. L’Unesco ha riconosciuto il sito come patrimonio dell’Umanità. 

Ho approfittato della visita guidata a Roncisvalle scoprendo tutti i luoghi da cui parte il rito del cammino. Nello stesso luogo poi è stato incantevole l’incontro con uno dei quattro sacerdoti che ha accompagnato i pellegrini negli stessi luoghi ad eccezione del museo. Poi sono stato a vedere le cattedrali di Pamplona, Santo Domingo, Burgos, Leon e Astorga. La piccola chiesa rupestre di Tosantos. Quelle più tradizionali di Hontanas, Boadilla del camino, Villacalzar de Sirga, Carrion de Los Condes. Alcuni luoghi laici come il museo dell’evoluzione a Burgos, quello di arte moderna di Leon, il palazzo Gaudì ad Astorga e il Castello di Ponferrada. Non si ha tanta voglia di fare i turisti, ma perdere l’occasione di conoscere ciò che si incontra riduce la carica che questa esperienza offre. 

Il cammino di Santiago ha una organizzazione notevole. Questo apre una riflessione sulle contraddizioni che presenta. Chi cerca raccoglimento e pace verrà soddisfatto in parte perché la macchina “turistica” ha preso completamente il sopravvento. Del resto, soprattutto nelle città e negli ultimi cento chilometri, la mole di persone in cammino è enorme e non sarebbe possibile soddisfare le esigenze di tutti con accoglienze povere. Questo fa sì che siano proliferati spazi e ambienti, ma il contatto con le strutture diventa freddo, quasi fossero hotel. Roncisvalle, Burgos, Leon, ma anche molti piccoli centri hanno albergue da centinaia di posti che garantiscono una forte economicità, ma le relazioni con gli hospitaleros sono ridotte all’osso. In queste quattro settimane ho dormito in ogni genere di strutture, e non credo di essere l’unico. A tutti quelli che si adoperano per offrire i servizi va un grande ringraziamento, ma spesso non si trova alcun clima differente da una pensione. Non c’è nulla di male, ma la mistica che spesso avvolge i commenti sul cammino andrebbe rivista perché la dimensione turistica è ormai pressante da qualsiasi parte la si guardi. 

Con una domanda che in questi ultimi vent’anni è andata crescendo in modo sostenuto, la risposta dal lato dell’offerta non si è fatta attendere. Negli ultimi 4-5 anni sono proliferare le strutture di accoglienza, i pubblici esercizi, i servizi. Negli ultimi chilometri ci sono tanti di quei taxi che forse nemmeno a Milano se ne trovano così. Traporto bagagli, agenzie di viaggio e tanto altro. In Galizia tutto o quasi è incentrato sul cammino. Molti locali lungo la via hanno scelto di chiamarsi come i chilometri che mancano a Santiago. Sul conto dei ristoranti trovi la stessa cosa. Spesso le tovagliette riportano le mappe. E così via. Giorni fa scrivevo di un volantinaggio con la pubblicità di un centro di tatuaggi. Poi ho scoperto che è un grande mercato anche qui. C’è chi viene per sposarsi e chi alla fine delle tappe, spesso poche, si fa tatuare i nomi dei paesi attraversati. 

Insomma Santiago è tante cose. 

“Il botafumeiro è l’oggetto più richiesti nei negozi che vendono souvenir”. 

Padre Fabio lo dice con una punta di fastidio ed ironia, ma alla fine dell’ultima catechesi ci confessa che, in via del tutto eccezionale, nella messa delle 19.30 il potente marchingegno spinto da otto uomini per dispensare incenso, che una volta serviva anche a coprire l’odore portato dai pellegrini, verrà messo in moto. Da un anno non c’è più una ricorrenza certa perché costa caro, ma siamo stati fortunati e la cattedrale era stracolma di gente e prima della benedizione era tutta una luce di smartphone in alto a riprendere il rito. Ero tra questi a testimonianza che puoi avere tutte le migliori intenzioni del mondo, ma poi lo spettacolo avvolge tutti. 

Buon cammino a chi si mette in viaggio. Verso Santiago, ma allo stesso modo anche a lo percorre a due passi dalla propria casa. 

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 14 luglio 2018
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