Ai Giardini Letterari si parla di diritto di morire o dovere di vivere
Incontro con Claudio Volpe dedicato al libro scritto a quattro mani con Dacia Maraini
Diritto di morire o dovere di vivere? A questa difficile domanda risponderà l’avvocato e scrittore Claudio Volpe, ospite dei Giardini Letterari, martedì 11 settembre, alle ore 19, presso la Biblioteca Civica di Varese via Sacco 9. Dialogherà con la dottoressa Elena Andrea Pucci, Giudice Onorario presso il Tribunale di Varese. A moderare l’incontro sarà il cronista giudiziario de La Prealpina, Paolo Grosso.
“Il diritto di morire” (SEM Editore) è scritto a quattro mani con Dacia Maraini, una delle più note e apprezzate intellettuali italiane nel mondo. “Il libro” spiega Cristina Bellon, direttore artistico della rassegna letteraria“affronta il complesso tema del fine vita: l’eutanasia, il suicidio assistito, il testamento biologico e l’accanimento terapeutico. E’ risaputo che la carenza a livello normativo è tale da mette in difficoltà i Giudici nelle decisioni più estreme.”
Una scrittura delicata tradotta in un dialogo/intervista tra Volpe, un giovane avvocato, e Maraini, una scrittrice affermata, la cui vita è un inno alla conoscenza, alla letteratura e alla gentilezza.
Due anime che si confrontano partendo dalla relazione tra vita e morte, dalla consapevolezza che la sofferenza e la malattia possono togliere dignità allo stare al mondo, e che vivere è diverso che sopravvivere. I riferimenti sono tanti: dalla letteratura, alla religione, fino ad arrivare a fatti concreti che hanno spaccato l’opinione pubblica, la politica e i tribunali. Il caso di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, o la vicenda di dj Fabo. Ci si chiede: non sarà che cerchiamo di potenziare le macchine fino a renderle dei sostituti dell’uomo, togliendogli la capacità di decidere da sé?
Intense le riflessioni della Maraini, che sembra essere stata predestinata, dalle vicende della sua vita, ad occuparsi di diritti umani. “La Chiesa” scrive “proibisce il suicidio ma lo Stato no. Però l’istituzione pubblica, come pentendosi di questa scelta coraggiosa, ha deciso di assolvere il suicida ma condannare chi in qualche modo assiste, aiuta, incoraggia o partecipa anche solo come testimone a questo suicidio. Non si tratta di una ipocrisia? Non è umano che chi si appresta a lasciare questa vita senta il bisogno di una compagnia che faccia da testimone, gli tenga la mano per l’ultimo salto, gli dica una parola di conforto prima di andarsene? E che senso ha non condannare il suicida e denunciare colui o colei che gli dà l’ultimo saluto?”.
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