Note a proposito del dibattito nella Cgil sull’attuale sistema pensionistico nazionale

Nota del Sgr. Prov. del PCI - Varese Cosimo Cerardi

cosimo cerardi

Riceviamo e pubblichiamo

Note a proposito del dibattito nella Cgil sull’attuale sistema pensionistico nazionale: 19.7.2019 Pensioni e giovani rivolti al futuro. Giornata seminariale Cgil nazionale Roma La giornata seminariale organizzata venerdì 19 luglio 2019 dalla Cgil nazionale nella sede di Corso d’Italia, 25 a Roma si presta – a nostro avviso e secondo un primo, provvisorio esame –a critiche e contestazioni per la scarsa chiarezza e l’oscura ambiguità di impostazione della giornata seminariale.

E’ evidente lo scivolone compiuto nell’organizzazione della specifica iniziativa del 9 luglio e per l’assenza di proposte di mobilitazione contro la legge Fornero e sulle pensioni in generale. Dopo l’apertura dei lavori e la relazione introduttiva di Giuseppe Massafra e Roberto Ghiselli, segretari confederali Cgil, l’ingiustificata e provocatoria presenza del sottosegretario della Lega Claudio Durigon – che ha portato un saluto privo di qualunque contenuto e mancante di qualsiasi notizia utile a conoscere gli orientamenti del governo e lo stato della trattativa – è servito solamente a dare visibilità e prestigio alla Lega (svilendo nel contempo il ruolo della Cgil) – dopo quello che Salvini aveva già incassato con la convocazione delle parti sociali il 15 luglio – e a risollevarla dalla crisi da cui era stata colpita dal caso russo.

Il problema delle pensioni costituisce per ogni governo che si alterna al potere una delle questioni dominanti. I rappresentanti dell’attuale establishment politico, sindacalisti, parlamentari, giornalisti, presidenti dell’Inps, burocrati del Ministero del Lavoro e delle Finanze, agenzie di stampa e di rating che decidono se sono validi e solvibili o meno i sistemi pensionistici hanno come obiettivo fondamentale la manipolazione dei dati e la manomissione delle pensioni. I lavoratori, i proletari, i giovani e gli anziani che sono i veri proprietari dei soldi delle pensioni sono gli unici a non avere alcuna voce in capitolo sulla politica pensionistica. Le pensioni, ma anche la sanità e l’assistenza sono da tempo obiettivo dell’accaparramento e della rapina delle banche, delle assicurazioni e della finanza che puntano a smantellare le politiche e ad impossessarsi delle risorse dei servizi pubblici, che i lavoratori hanno conquistato con le lotte di questi ultimi due secoli.

La Previdenza pubblica a ripartizione e gestita col sistema di calcolo retributivo e la Sanità pubblica, universale e gratuita sono due grandi rami dello Stato Sociale che i governi hanno deciso di dismettere e che le multinazionali finanziarie vogliono accaparrarsi. Ma sia l’una che l’altra erano state introdotte con le riforme che erano state conquistate con le lotte dei lavoratori. Nella Previdenza pubblica, dopo la lunga serie delle sciagurate contro-riforme previdenziali avviata nella prima metà degli anni Novanta il preesistente divario tra la maggiore dinamica della spesa pensionistica e quella del PIL cominciò subito a ridursi.

Le misure “lacrime e sangue” furono attuate per garantire la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico pubblico. Dal 2014 i due tassi di crescita della spesa pensionistica e del PIL sono tornati a una sostanziale uniformità. Già dal 1998 il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni al netto delle ritenute fiscali è diventato costantemente positivo. Nel 2017 il saldo era di 26.000 miliardi. Sono luoghi comuni spesso contraddittori quello del sistema pensionistico insostenibile e quello della spesa fuori controllo. Non è vero! Non è così ! Lo dimostrano i dati del bilancio dell’Inps di questi ultimi anni. Bisogna sempre tenere fermo che il debito pubblico italiano dal 1989, anno in cui si stabili formalmente la istinzione tra previdenza e assistenza, non è stato mai influenzato e peggiorato dalle pensioni del lavoro dipendente, per capirci quelle pagate dall’Inps, prima della fusione con l’INPDAP e tuttavia proprio su quelle si è accanita la riforma Fornero del 2011.

Le pensioni sono finanziate con i contributi dei lavoratori e nel caso dei lavoratori dipendenti, con quelli versati dai datori di lavoro.

I conti dell’Inps per la gestione dei lavoratori dipendenti sono stati dichiarati in equilibrio fino al 2030 ed oltre, già nelle relazioni annuali del 2009 e 2010 e confermate in quella del 2011, quindi prima dell’introduzione della riforma Fornero. Riforma sciagurata per i lavoratori la Fornero, e fedifraga sul piano istituzionale perché ha avuto il solo scopo di fare cassa senza operare sulla fiscalità generale o sul taglio complessivo della spesa pubblica.

Quella Riforma avrebbe dovuto essere sconfessata dall’Europa dei Capitali perché ignorava l’impatto sulla fiscalità generale e sulla spesa pubblica nel suo insieme. Colpiva solo i lavoratori. Il grande inganno è stato che la riforma pensionistica del 2011 è stata giustificata al popolo perché l’Europa ci aveva chiesto di abbassare il debito pubblico e per mettere in sicurezza il sistema pensionistico. In realtà, la riduzione del debito pubblico avviene a scapito delle pensioni perché la differenza tra il totale delle pensioni erogate al netto delle ritenute fiscali e i contributi versati porta a un saldo attivo di circa 20 miliardi, che, dopo aver coperto l’assistenza, vanno a diminuire il debito pubblico. In definitiva sono i pensionati che riducono il debito pubblico.

Il popolo è convinto che le pensioni le paghi lo Stato attraverso la fiscalità generale per cui in generale la riforma Monti-Fornero è stata giudicata opportuna. E allora, se è dimostrato che i conti sono in ordine, perché la CGIL vuol passare dal sistema di calcolo retributivo al sistema di calcolo contributivo? I fautori del contributivo affermano che un aumento del PIL produce un aumento delle pensioni. Ovviamente non è così perché tutte le diverse problematiche di natura macro e micro economica devono essere lette in tutt’altro modo per poter avere una lettura-sintesi adeguata. Infatti, per una questione di metodo si potrebbe partire da una valutazione dei rischi, appunto dai rischi dati dalle basse aliquote contributive, e dalla mancata sequenza dell’occupazione, i bassi livelli salariali.

L’equilibrio attuariale ottimale, quello che alcuni affermano che verrebbe garantito dal sistema contributivo è “un giudizio di valore”, non è una verità economica, ma una menzogna che viene detta per coprire altri scopi non dichiarati.
Nella giornata seminariale del 19 luglio la Cgil ha proposto di correggere quella fregatura che è data dal computo pensionistico contributivo ed è per questo che ha chiesto un tavolo vero con il governo. Ma il dato negativo che è dovuto a tal proposito, l’esito politico al sopra citato “giudizio di valore” e che in questo frangente non è stata spesa una parola sul tipo di mobilitazione da mettere in campo per smantellare la legge Fornero, visto che è universalmente riconosciuto che non lo ha fatto Quota 100.

Significativo ad esempio è stato il passaggio di posizione da parte della CGIL a proposito della previdenza complementare, infatti adesso nella trattativa con il governo anche la CGIL sostiene con Cisl e Uil che bisogna rilanciare la previdenza complementare, insieme alle adesioni ai fondi attraverso il silenzio-assenso.

In passato la Fiom attaccava la Fim contro gli aumenti su Cometa (Fondo integrativo dei metalmeccanici), poi si è passati a dire che Cometa “conviene” e oggi è il segretario della Cgil che lancia l’idea di rendere la previdenza complementare un costo contrattuale obbligatorio. Addirittura il parlamento e il governo dovrebbero – secondo Cgil, Cisl, Uil – incentivare fiscalmente le adesioni ai fondi. Su quest’ultimo punto c’è palese dissenso da parte dello scrivente rispetto alle attuali posizioni della Cgil, in quanto si è accettato di fatto la logica privatistica nel settore pensionistico. A ragione noti economisti e studiosi, hanno affermato che entrare in una tal fatta partita di giro finanziario sia un fatto estremamente pericoloso (vedi la vicenda statunitense ENRON), infatti alcuni giudizi grosso modo così recitano : “incentivare anche fiscalmente la sostituzione del sistema pensionistico pubblico con la previdenza privata a capitalizzazione vuol dire affidare una parte significativa del finanziamento dei redditi per la vecchiaia ad un meccanismo più rischioso e costoso, fatto da banche, assicurazioni, capitale finanziario”.

Vuol dire fare la dichiarazione dell’atto di morte del sistema previdenziale pubblico a ripartizione. Il nuovo presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha annunciato di voler istituire una forma complementare pubblica, gestita dall’INPS, volontaria e alternativa alle forme volontarie private. Infatti tale possibilità era già stata illustrata, in un suo intervento, dal Prof. F.R. Pizzuto, docente dell’Università La Sapienza di Roma:” Rapporti annuali sullo Stato sociale” Secondo tale illustrazione si tratta di rendere possibile al pilastro obbligatorio del sistema previdenziale – che da tempo non ha più problemi di sostenibilità finanziaria – di assicurare una copertura sufficiente. Sottolineare, in tal senso, la questione giovanile è un atto dovuto, infatti saranno proprio i giovani che hanno difficoltà ad avere un reddito da lavoro adeguato e continuativo, a non avere riconosciuti quei contributi figurativi per i periodi di disoccupazione, a pagare un prezzo salato in termini pensionistici, infatti è piu’ che una certezza il fatto che la maggioranza di loro non maturerà una pensione che li preservi in vecchiaia dalla povertà.

Coloro che avrebbero più bisogno di integrare le prestazioni insufficienti che matureranno nella previdenza obbligatoria – sostiene il prof. Pizzuti – non hanno nemmeno la possibilità di iscriversi alla pensione complementare, che rimane un strumento praticabile per chi può permettersela, usufruendo degli incentivi fiscali e dei contributi dei datori di lavoro. In aggiunta al riassetto del sistema obbligatorio, sarebbe utile ampliare e rendere più funzionali anche gli altri canali previdenziali. E’ paradossale – afferma sempre Pizzuti – che i lavoratori iscritti al sistema obbligatorio non abbiano facoltà – che sarebbe praticabile anche per periodi circoscritti, in base alle disponibilità – di aumentare la contribuzione dell’INPS e quindi di incrementare la pensione nell’ambito del sistema a ripartizione.

Il metodo contributivo si presterebbe benissimo a questo ulteriore compito dell’INPS. Per omogeneità di trattamento rispetto all’adesione ai fondi privati, anche il finanziamento aggiuntivo al sistema pubblico dovrebbe poter utilizzare il TFR e i contributi delle imprese. Oltre ad aumentare il risparmio previdenziale, l’uso di questa nuova opzione previdenziale, produrrebbe immediatamente – cosa particolarmente utile in questa fase – il miglioramento del bilancio pubblico.

Attualmente i gestori dei fondi pensione privati, dato il minore spessore dei nostri mercati finanziari, investono prevalentemente in quelli stranieri. Una quota irrisoria, intorno all’1% viene impiegata per l’acquisto di azioni di imprese italiane. Sarebbe opportuno incentivarne l’impiego in progetti di ammodernamento dell’economia reale del nostro Paese. Il nuovo canale di previdenza complementare pubblica potrebbe favorire il suo impiego diretto e dedicato a progetti per lo sviluppo del paese. La nuova forma complementare pubblica, annunciata da Pasquale Tridico, direttore dell’INPS, così come è stata precedentemente presentata da F. R. Pizzuti nel suo intervento,” Rapporti annuali sullo Stato sociale”, e pubblicata su il manifesto sabato 20 luglio 2019 è la stessa che è stata presentata nella giornata seminariale organizzata dalla Cgil.

Se si dovesse esprimere un primo giudizio su tale forma complementare pubblica, ferma la necessità di maggiori precisazioni e approfondimenti, direi subito che più che forti perplessità ed ampie riserve nutro un’aperta contrarietà alla proposta.

Si dice innanzitutto che per il finanziamento aggiuntivo al sistema pubblico si dovrebbe poter utilizzare il TFR, per omogeneità di trattamento rispetto all’adesione ai fondi privati. In secondo luogo si afferma che il sistema contributivo si presterebbe benissimo a questo ulteriore compito dell’INPS e si incentiva in questo modo l’estensione e l’applicazione del contributivo a tutti. In terzo luogo si sostiene che in aggiunta al sistema obbligatorio, sarebbe utile ampliare e rendere più funzionale anche gli altri canali previdenziali, che vuol dire dare via libera alla previdenza privata, alla quale dobbiamo invece contrapporre una battaglia sindacale per la difesa e l’ampliamento del sistema previdenziale pubblico a ripartizione e il calcolo delle pensioni con il meccanismo del sistema retributivo.

Infine, sulla mancata rivalutazione delle pensioni, secondo alcuni economisti il blocco totale o parziale dell’adeguamento ISTAT per le pensioni è un rilevante fattore di impoverimento nel tempo dei pensionati. Cgil Cisl Uil avevano giurato che dal 1° gennaio 2019 il ripristino della rivalutazione delle pensioni sarebbe stato garantito per intero secondo la legge base 388/2000. Il governo Monti aveva fatto cassa su un monte di pensioni ingente e il governo Conte ha attuato un ennesimo blocco della rivalutazione introducendo un complicato e arzigogolato schema a 7 fasce. La strategia usata dai governi è comunque la stessa: rapinare i pensionati della rivalutazione delle pensioni per fare cassa.

Ora, “il governo giallo verde”, anche in quest’ambito, non ha cambiato indirizzo in questo settore, anzi dietro la proposta della “ Quota Cento” c’è nascosta nuovamente la trappola data da un computo pensionistico dato dal sistema contributivo di tipo privatistico, di un sistema che non è per niente perequativo e soprattutto pubblico, si tratta di riguadagnare per i lavoratori terreno in questa direzione, per questo il Partito Comunista Provincia di Varese promuoverà iniziative ed incontri per sensibilizzare i lavoratori, i cittadini i giovani a non cadere nelle ennesime trappole dei “ diversamente” esecutori della semplificazione neoliberista a proposito del Welfare e del sistema pensionistico pubblico in particolare.

Sgr. Prov. del PCI – Varese Cosimo Cerardi

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 luglio 2019
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