Brunori Sas è tornato con un “Cip!”

Il cantautore calabrese ha presentato il nuovo album: sulla copertina un pettirosso e undici tracce che raccontano il mondo visto con gli "occhi di un'astronauta"

Brunori Sas dell’ultimo album ne fa una questione di poetica. Una visione del mondo, in tutto il suo insieme. Come un’astronauta che da lontano guarda la terra, il cantautore calabrese racconta l’uomo da una nuova prospettiva: «Si chiama “sindrome della veduta d’insieme”, cercatela su Wikipedia – dice con la sua solita ironia, per poi riprende serio -. È la sindrome di cui soffrono gli astronauti, quando tornano sulla terra non la vedono più come prima perché osservare quel puntino blu dallo spazio cambia la loro visione della vicenda umana».

Le nuove undici tracce contenute in “Cip!” diventano così il racconto di un “noi”: «Mi interessava che le canzoni, nel loro insieme, comunicassero una visione corale. Volevo riconsiderare, in una sorta di Gestalt forma calabra, il rapporto fra ciò che ho sempre considerato centrale, la vita degli uomini, e ciò che ho da sempre considerato periferico, l’universo che ci ospita».

Il risultato è un album dal linguaggio nuovo, profondo e che colpisce al primo ascolto: «Nell’album precedente (A casa tutto bene) si parlava della paura, era ciò che avvertivo in quegli anni. In questo album invece, ho scelto di parlare d’amore tenendo fede alla massima di John Lennon: 
“Ci sono due forze motivanti fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura, ci tiriamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati, ci apriamo a tutto ciò che ci offre la vita con passione, eccitazione e accettazione”». Canzoni d’amore dunque, nelle sue diverse declinazioni: «Canzoni di buona volontà, di tenerezza, ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose. Della fatica, in fin dei conti, di essere “buoni” senza sentirsi al contempo dei fessi».

Uscito alla mezzanotte del 10 gennaio, l’album è stato anticipato da due brani (Al di là dell’amore e Per due come noi) da annoverare tra i più belli del suo repertorio, ma tutte le nuove tracce raccontano di un Brunori Sas che è riuscito nell’impresa di tornare con un album dalla poetica potente.

«Sentivo l’esigenza di recuperare il fanciullino che c’è’ in me – racconta seduto su una poltrona grigia dalla «quale tra poco mi solleverò» a modello guru, scherza -. Credo che i cantautori abbiamo, in qualche modo, il compito di bilanciare gli estremisti e io cercavo quell’equilibrio. Qualcosa che mi desse un respiro dal mondo adulto per recuperare l’incanto, con il canto».

Per questo sulla copertina dell’album c’è disegnato un pettirosso a matita (di Robert Figlia), una immagine che fa accendere nella testa un cinguettio, un canto continuo che riporta alle cose più semplici, in mezzo al caos quotidiano.

«Mi piaceva l’idea di recuperare l’ingenuità che c’è nel primo disco (Vol.1, ormai uscito nel 2009). Questo non significa non voler crescere, ma preservare uno sguardo pulito e anche un certo tipo di ironia. Ho cercato di trattare le tematiche con il guizzo del poeta, senza farmi schiacciare delle parole».

Una peculiarità che appartiene da sempre al cantautore calabrese, 42 anni, da sempre legato alla sua terra: «d’altronde Dario e Brunori Sas non sono così lontani», sorride. E anche durante la presentazione che si è tenuta alla Casa degli Artisti – luogo dove ha concluso la lavorazione del disco dopo averne registrato una parte a San Fili e Cosenza (è prodotto Taketo Gohara) – alterna il racconto ad una battuta ironica: «Mi chiedete se preferisco il peperoncino sbriciolato o l’nduja? Il peperoncino, anche perchè l’nduja non è cosentina e quindi non è buona».

Prima di chiudere la presentazione, fa un bilancio di questi dieci anni di palcoscenici, dove lo rivedremo presto, nei palazzetti, dal prossimo marzo. «Sono contento della mia gavetta e del mio percorso, l’ho fatto con i miei tempi e questo mi ha portato ad allargare il mio pubblico piano piano. Non ho mai seguito un obiettivo di notorietà ma solo quello di cantare certe cose e di fare quello che era importante per me. La gavetta poi, ti prepara al palcoscenico e a non metterti in ridicolo con gli altri».

(video intervista e foto a cura di Goigest)

di adelia.brigo@varesenews.it
Pubblicato il 11 gennaio 2020
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