Ragazzi di paese, sette ventenni dal Lago Maggiore alla ritirata di Russia

Il 26 gennaio 1944 la battaglia di Nikolaevka, per aprirsi la via di casa. La tragica storia dei giovani tainesi arruolati nell’Armir dispersi nella valle del Don

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«Si dice che in Russia, sotto ogni girasole, riposi un soldato italiano sconosciuto, seppellito nelle fosse comuni». Settantasette anni fa la disfatta della Campagna di Russia segnava la vita di moltissimi giovani arruolati nell’Armir, l’ottava armata italiana del Regio Esercito impiegata sul fronte orientale dal 1942 fino alla battaglia di Nikolaevka del 26 gennaio 1943, di cui oggi ricade l’anniversario.

Tra i dispersi nella valle del Don non fecero mai ritorno a casa c’erano anche sette ragazzi di Taino. Un piccolo paese (aveva circa duemila abitanti) sul Lago Maggiore che però, forse per una serie di ragioni specifiche, pagò un pesante tributo: il ricordo è stato preservato anche grazie all’impegno del Museo di Storia Locale di Taino che ne ha ricostruito biografie. Ben tre portavano lo stesso cognome.

Il più giovane, all’anagrafe, si chiamava Aldo Mario Berrini e fu inviato in Russia nel ’42 all’età di ventidue anni. Iscritto alla facoltà di ingegneria Aldo si arruolò come volontario nell’artiglieria e divenne sottotenente alla Cuneense, 4° gruppo Mondovì (si chiamano gruppi i reparti dei reggimenti di artiglieria alpina). Il destino lo colse a Rossosch, la città sede del Comando alpino che d’improvviso si trovò circondata dai sovietici: il capitano Adelchi Calligaro lo descrisse come un «ragazzo coraggiosissimo, che, ferito in modo leggero al collo, rifiutò di recarsi all’ospedale e continuò a prodigarsi tutto il giorno».

Come per migliaia di altri, l’ultima testimonianza su Aldo Berrini è nel mezzo dell’azione: «Poco prima di essere ferito sentivo le mitragliatrici della chiesa (di Rossosch, ndr) sparare in modo infernale. Poi non ho più saputo nulla. Penso quindi che sia stato fatto prigioniero. Lo proporrò per la medaglia d’argento». Aldo fu dichiarato disperso e con ogni probabilità morì prigioniero a Mičiurinsk.

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Aldo Berrini

Suo cugino, Enrico Berrini, era più grande di appena una settimana. Sottotenente al 104° Marcia della Cuneense (reggimento di formazione), raggiunse Aldo soltanto nel gennaio del ’43 dal momento che il suo battaglione fu trattenuto per girare “I trecento della Settimana”, il film bellico di Mario Baffico ambientato sul fronte albanese (qui una scena di massa con gli alpini).

Per permettere la ritirata, la divisione Cuneense fu sacrificata e Enrico rientrò fra le decine di migliaia di dispersi. Morì il 23 febbraio nel campo di prigionia di Uciostoje, ma la famiglia ricevette la notizia solo nel 1993. Nella vana attesa del ritorno di Enrico, la madre fece stampare una sua grande foto che rimase per molto tempo nella camera del figlio e che adesso fa parte del Museo di Taino curato dalla professoressa Laura Tirelli.

Fra i Berrini tainesi dispersi in Russia, il più anziano, per modo di dire, fu Giovanni. Nato nel 1914, si laureò in Giurisprudenza e successivamente divenne tenente del Reggimento Artiglieria a Cavallo, che nell’estate 1942 aveva partecipato all’azione in cui si svolse l’ultima carica di cavalleria di massa nella Seconda guerra mondiale, a Isbuscenskij.

Morì in un campo di prigionia nel marzo del ’43 all’età di ventinove anni, lasciando così senza un padre la piccola Anna, nata pochi mesi prima.

Luigi Bielli fu invece il soldato tainese più giovane a cadere in battaglia, il 20 dicembre 1942 a Roven’ki, all’inizio della grande offensiva sovietica. Aveva anche lui come molti appena ventidue anni. Le sue spoglie sarebbero ritornate a Taino solo cinquantacinque anni dopo, il 22 marzo 1997. Era di indole riservata e molto legato alla famiglia che aiutò nei campi, come facevano molti ragazzi nel secolo scorso.

A Taino chi non era impiegato nel mondo agricolo come Luigi con ogni probabilità lavorava in qualità di operaio alla Polveriera, stabilimento sulla “Collina del Campaccio” dove si costruivano e fabbricavano polveri da sparo e proiettili anticarro. Era questo il caso di Severino Longoni, nato nel 1915 a Monzeglio, storico rione tainese. Nonostante i lavoratori della Polveriera fossero esonerati dal servizio militare, svolgevano infatti un’attività utile ai fini bellici, Severino fu inviato in Russia come soldato del 37°Rgt Fanteria (come moltissimi della Provincia di Varese) e venne dichiarato disperso il 17 febbraio 1943.

Il giorno seguente la stessa sorte toccò a Sergio Movalli, nato a Taino nel 1920 ma residente con la famiglia a Sesto Calende dove nel 1939 lavorava come apprendista lattoniere per la Siae Marchetti. All’arruolamento aspirava a diventare autista come il padre Giuseppe, ma nel giugno del ’40 partì per l’Albania nella 7° compagnia Genio Ferrovieri mobilitata. Combatté in Balcania fino al luglio ’42 ricevendo per il suo coraggio la medaglia di bronzo, un mese dopo raggiunse il territorio di guerra russo. Fatto prigioniero sul Don (quota 156), morì in un campo di concentramento a Tambov il 30 aprile 1943 e fu seppellito in una fossa comune.

L’ultima lettera inviata alla famiglia, il 9 dicembre 1942: sotto alle roboanti frasi di Mussolini stampate sul biglietto postale compaiono comunicazioni semplici, la soddisfazione di poter finalmente scrivere a casa, la speranza di ricevere sigarette. Da ragazzo era stato iscritto alla Gioventù Italiana del Littorio e forse aveva creduto al regime, ma le note disciplinari nel suo fascicolo militare raccontano nel 1942 un ragazzo che appare stanco della guerra, dopo più di due anni passati sul fronte.
La notizia della sua morte fu data alla famiglia quattro anni più tardi.

Altri cinquant’anni avrebbero dovuto aspettare invece i famigliari di Dorino Mossotti, la cui morte fu comunicata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri solo l’11 maggio 1998.  La madre conservò per tutta la vita un fiasco di vino che Dorino passò a un commilitone mentre s’apprestava a salire su un camion: il compagno non fece in tempo a girarsi che il soldato tainese del 9° Battaglione Alpino era scomparso. Fu dichiarato disperso il 16 gennaio 1943, una decina di giorni prima la famiglia ricevette la sua ultima lettera: « Mamma, perché sei così pensierosa per me? Se non puoi spedirmi le maglie, faccio senza. In qualunque modo mi saprò arrangiare».

A Taino la comunità ha organizzato diverse iniziative per ricordare questi sette giovani soldati dispersi nelle nevi di Russia, la prossima sarà martedì 4 febbraio alle classi quarte dell’Istituto Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Lo scorso novembre l’Anpi (Sezione Oreste Pajetta) ha proposto l’incontro, dal titolo “Io resto qui…”, realizzato insieme all’esperto Francesco Cusaro e Giovanni Bloisi, il ciclista della memoria.
Bloisi era di ritorno dalle campagne dell’Ucraina e dalla valle del fiume Don.
Dove i giovanissimi furono mandati dal regime fascista a invadere una terra straniera, oggi la terra restituisce ancora piastrine e qualche oggetto. E le anziane contadine custodiscono ancora la memoria di quei ragazzi, che a gennaio 1943 combattevano solo per tornare a casa e vivere in pace.

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Pubblicato il 26 gennaio 2020
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