Il virus è ancora in giro ma abbiamo imparato a “ballare con lui”

Il racconto di Marilena: "Dentro lo scompiglio e la solitudine di quei giorni complicati, ho notato come molti italiani hanno dimostrato generosità, disponibilità e solidarietà"

reparto mai covid - foto del personale

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Di seguito la storia di Marilena.

Il mio Covid.

Sembrava una forma tipicamente influenzale, “…un po’ più seria di un’influenza” si diceva.“ Così è stato l’inizio di uno tsunami che ci ha sconvolto la vita!

Mi sono resa conto della gravità della situazione alla chiusura delle scuole e di tutte quelle attività non indispensabili alla sopravvivenza delle persone. Era verso la fine di febbraio. Il primo marzo, giorno del mio compleanno, è stata l’ultima volta che ho avuto contatti con parenti e amici. Poi, è cambiata la mia quotidianità.

Avevo prenotato un viaggio negli Stati Uniti per metà marzo. L’entusiasmo pian piano si affievoliva, il timore di andare per aeroporti, di fare quarantena all’arrivo e di avere difficoltà a rientrare mi assillava man mano che i giorni passavano. Speravo vivamente nella cancellazione del volo che finalmente è avvenuta soltanto una settimana prima della partenza. In quel momento ho tirato un sospiro di sollievo!

Mio marito ed io over 65 siamo pazienti a rischio, quindi i consigli erano di stare in casa. Ho rispettato le regole. Stavo in casa, in balcone o in giardino. Non mi sono mai annoiata, anche perché normalmente sto bene con me stessa. Ho dato spazio alla lettura, alla scrittura, alla cura un po’ più scrupolosa della casa, alla cucina, al giardinaggio. Per mantenere il mio quotidiano esercizio fisico, io che ero e sono una frequentatrice giornaliera della pista ciclabile, percorrevo ogni giorno a piedi quaranta giri (pari a circa cinque chilometri) intorno al perimetro del mio prato dentro la recinzione di casa.

Uscivo solo per necessità di approvvigionamento, una volta ogni sette o dieci giorni, con tutte le precauzioni consigliate. Partivo con la preoccupazione che mi fermassero nonostante avessi sempre con me la giustificazione. Poi, prima di entrare al supermercato affrontavo code anche di un’ora. Erano calde giornate primaverili e, mentre aspettavo, per ripararmi dal sole cercavo coni d’ombra dove era possibile. All’interno c’era la misurazione della temperatura, l’igienizzazione delle mani. Non era facile aprire i sacchetti del reparto ortofrutta con due paia di guanti (quelli di lattice e quelli di plastica del supermercato). La mascherina spesso si spostava sugli occhi e mi limitava la visuale…poi il distanziamento…l’ansia di essere in un luogo chiuso…la gente che aspettava all’esterno…Tutto questo mi spingeva a fare più in fretta possibile per uscire fuori. Per me è sempre stato un piacere fare la spesa al supermercato ma in quelle condizioni era diventata un’impresa faticosa.

Il flusso delle notizie Covid era continuo e attraverso tutti i canali di comunicazione, (poche altre informazioni avevano spazio in quei giorni). Mi impressionava ciò che accadeva fuori, il paesaggio spettrale delle città, i negozi con le serrande abbassate, le strade vuote, le piazze deserte, come si era visto a Wuhan circa un mese prima. Poi le messe senza fedeli, le piste ciclabili e i parchi chiusi.

Baci, abbracci e strette di mano appartenevano oramai al passato.

In quei giorni ho provato smarrimento, impotenza, fiducia e a volte sfiducia nelle istituzioni, speranza nella ricerca e anche rabbia, rabbia verso le autorità che troppo tardi hanno preso i provvedimenti necessari lasciando che il contagio diventasse pandemia. Ho avuto anche paura, non lo nego, ho avuto paura per me e per la mia famiglia. Paura soprattutto per mia figlia, che fa parte della categoria degli operatori sanitari, in Ospedale, dove la carica virale è normalmente importante, “figuriamoci ora, con lo spettro del Covid”, pensavo dentro di me. E la mia paura cresceva in proporzione all’aumento dei decessi di medici e infermieri, esposti al contagio e con poche protezioni. E allora pregavo, in silenzio. Pregavo per la mia figliola, e per quelli come lei che si trovavano nella stessa situazione, per i contagiati, per i miei parenti, per i molti morti che se ne andavano in solitudine. Tutti erano dentro la mia preghiera, e questo mi dava conforto.

Sono rimasta positivamente colpita, (anche perché direttamente coinvolta) quando dai balconi di tutta Italia risuonavano gli applausi per i medici e gli infermieri che erano in prima linea e, quando la generosità di molti ristoratori ha fatto sì che gli operatori sanitari ricevessero direttamente in ospedale colazioni e pranzi gratuiti come ringraziamento per i turni stressanti a cui erano sottoposti nelle terapie intensive.

Dentro lo scompiglio e la solitudine di quei giorni complicati, ho notato come molti italiani hanno dimostrato generosità, disponibilità e solidarietà. E’ emerso un bell’esempio di amore fraterno e rispetto reciproco tra poveri e ricchi, giovani e anziani, medici e pazienti, italiani e stranieri, imprenditori e operai.

Fortunatamente gli esseri umani sono ancora capaci di gesti nobili che fanno presagire un cambio di rotta nelle abitudini e nei comportamenti sociali, un nuovo ordine nella scala dei valori, un’attenzione maggiore all’ambiente, agli animali che abbiamo visto impossessarsi degli spazi che il lockdown ha reso loro disponibili.

Vorrei tanto che questo cambiamento si potesse realizzare e non rimanesse solo una condizione momentanea sull’onda delle emozioni provate.

In questa delicata fase2 continuerò ad attenermi scrupolosamente a quanto ci viene consigliato dagli esperti per non vanificare i risultati ottenuti e gli sforzi fatti fino ad ora e, come tutti, confido nella scoperta di un vaccino o una cura adeguata.

Il virus è ancora in circolazione, però, come ha detto una virologa in uno dei recenti collegamenti tivù, abbiamo imparato a “ballare col lui”.

Marilena Bianchi, Comabbio

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Pubblicato il 30 maggio 2020
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