Tra voglia di pace e di calcio: un corso per arbitri nel deserto del Sahara

La straordinaria esperienza del "fischietto" Roberto Rodio, volato per nove giorni nei campi profughi dei Saharawi, popolo che cerca un'autodeterminazione pacifica facendo anche leva sullo sport

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«Queste persone hanno una grandissima umanità: vogliono vincere la battaglia per l’autodeterminazione senza le armi, ma con attività ricreative come il calcio». La storia è quella di Roberto Rodio, arbitro e responsabile comunicazione del Calcio Uisp che, alcuni mesi fa, ha vissuto un’esperienza emozionante nel deserto del Sahara insieme al popolo Saharawi.

I Saharawi vivono in una striscia di terra tra il Marocco, l’Ageria, la Mauritania e l’Oceano Atlantico, in bilico tra le richieste di indipendenza e le pretese del Marocco. Una situazione che, dopo la rinuncia della Spagna ai territori negli anni ’60, ancora non trova una soluzione e che, dopo decenni di guerriglia, sta tentando una strada pacifica.

Roberto Rodio ha trascorso nove giorni insieme ai Saharawi grazie a un progetto di cooperazione internazionale umanitario-sportivo, co-finanziato dall’Unione Europea e promosso da Uisp con la ong CISP-Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli. Nove giorni insieme a persone strepitose, con una dignità disarmante e una forza di volontà difficile da raccontare a parole. Persone che hanno scelto di non lottare con le armi, ma di vincere e di vedere riconosciuti i propri diritti in modo pacifico.

Il popolo Saharawi ha scelto lo sport come strumento di lotta pacifica e Uisp è al fianco di ognuno di questi coraggiosi, forti, potentissimi lottatori. Dalle pagine del quotidiano Brescia Oggi il racconto di Roberto: «Sono andato a tenere un corso per gli arbitri di quella popolazione, che hanno un loro campionato. Ho vissuto sotto scorta per una settimana, tra campi profughi e terreni di gioco in sabbia, come da noi si vedevano decenni fa. Ma sono tornato arricchito dal punto di vista umano».

«I miei allievi erano 15 ragazzi – racconta Rodio – il più giovane aveva 17 anni, il più anziano 30. Io parlavo in italiano, c’era un interprete di nome Mohamed che traduceva in arabo e nella loro lingua esclusivamente orale, l’Hassaniyya, un idioma berbero. Il corso si divideva tra le ore sui banchi e la prova pratica sul campo. Qualche volta, dovendo usare termini tecnici, c’erano difficoltà ma il linguaggio del calcio è universale e ci si capiva».
Le case dei campi profughi sono fatte di terra e fango: sono le famiglie stesse a compattare i blocchi come se fossero cemento. Il tetto è di lamiera. Non essendo loro il territorio, non possono costruire in muratura. L’ultimo grande diluvio, nel novembre 2015, ha distrutto tutto: «Da allora non è più piovuto e provate a pensare cosa significa tutti questi anni senza acqua», sottolinea Rodio.

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Pubblicato il 03 giugno 2020
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