L’ex partigiano, i giovani, il radiamatore: l’armata dei volontari che aiutò il Friuli terremotato

Il 6 maggio 1976 un sisma violentissimo devastò il Friuli: un dramma che mobilità centinaia di persone, dagli operai alle ragazze, dall'alpino al deputato Zamberletti. A distanza di 45 anni un esempio di coesione e di passione civile

terremoto Friuli

Il camion di una fabbrica, un radioamatore, un gruppo di volontari, persino l’auto dei vigili urbani. Si mosse in fretta, sull’onda dell’emergenza, la solidarietà di tanti che in provincia di Varese si mobilitarono per le popolazioni del Friuli colpito dal terremoto del 6 maggio 1976, quarantacinque anni fa.

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I varesini in Friuli per la ricostruzione dopo il terremoto 4 di 41

Allora non esisteva ancora la Protezione Civile, in occasione delle calamità naturali si muovevano vigili del fuoco ed esercito, allora composto per lo più da ragazzi di leva. Ma troppo grande era allora la tragedia (945 furono i morti) e anche l’esercito era stato colpito dal disastro, in una zona dove c’erano tantissime caserme a guardia del confine con la Jugoslavia e l’Austria.

E allora subito partirono i volontari. A piccoli gruppi, poi in gruppi più organizzati. La memoria è ancora viva, come ricordano alcune voci ancora in queste ore, sollecitate da un articolo che abbiamo riproposto.

«A Sesto Calende il Comune organizzò subito una raccolta nella vecchia palestra delle scuole Randaccio, oggi sala consiliare» ricorda Roberto Caielli, ex sindaco della cittadina (anni dopo), rievocando quella straordinaria mobilitazione che coinvolgeva vari segmenti della una società.

Sembra di vederla, la prima colonna in partenza dalle rive del Ticino.
«Il primo invio diretto a Gemona occupò un camion messo a disposizione dalla Siai e guidato da Jolando Masnaghetti, partigiano» ricorda ancora Caielli. «Il costruttore Momi di Cocquo mise a disposizione una ruspa con un operatore. La ‘mini-colonna’ del soccorso sestese era completata da un’auto dei vigili guidata da Giuseppe Trapella con un giovanissimo assessore delegato dal sindaco Luigi Besozzi». Quell’assessore era lo stesso Caielli, che ricorda di aver passato «tre giorni a dare una mano scaricando di ogni, specialmente sacchi di mangime per gli animali e di aver dormito nelle tende, provando anche l’emozione delle scosse di assestamento, ma per sua fortuna non la paura».

I varesini in Friuli per la ricostruzione dopo il terremoto

I radiamatori tenevano i contatti con quella zona devastata, dove telefoni e reti di comunicazione a terra erano collassate.
«Sono andati in dieci radioamatori» ricorda Giovanni Romeo, che ancora oggi coordina a Varese la rete radio di emergenza attivata allora e sempre pronta a ripartire in caso di gravi emergenze.

I radiamatori varesini si ritrovarono a lavorare insieme a quelli del Friuli, in un periodo in cui stava esplodendo il fenomeno delle radio libere, che interessava molti giovani. «Quella notte e le successive, le passai nella radio che avevamo appena fondato a Gorizia, per trasmettere le frammentarie notizie che si riuscivano a reperire: eravamo ancora in piena era analogica, alla preistoria dell’informazione moderna» ricordava, dialogando con Caielli, Maurizio V. Lupi, originario del Friuli. «Ricordo la grande solidarietà delle altre regioni, tanta gente con ogni mezzo e tanto cuore. Avevo vent’anni e dopo pochi mesi mi trasferii qui in Lombardia, a Milano».

I varesini in Friuli per la ricostruzione dopo il terremoto

Man mano in gruppi più organizzati partirono tanti giovani da Busto Arsizio, da Malnate, da Solbiate Arno, da Albizzate, da Sesto Calende, da Ferno e da chissà quanti altri paesi.

«Mio padre, alpino, partì per dare una mano» racconta ancora Valentina Campi, da Gallarate, allora bambina. «Mi ricordo che prese le ferie e partì. Noi eravamo preoccupatissime perché le scosse non finivano mai. Non esisteva il cellulare e papà chiamava quando poteva. Quando gli dicevo papà stai attento, mi rispondeva “tranquilla, ci accorgiamo che stanno arrivando le scosse perché gli animali ci avvisano, per primi gli scorpioni scappano dalle macerie”».

I varesini in Friuli per la ricostruzione dopo il terremoto

Insieme ai tanti volontari l’altro grande protagonista della ricostruzione fu l’allora deputato Giuseppe Zamberletti, nato a Varese e scomparso nel 2019, considerato il padre della Protezione civile italiana che si concretizzò dopo un altro sisma, quello dell’Irpinia del 1980.
Allora Zamberletti venne chiamato dal Governo come Commissario straordinario per la ricostruzione. Diede vita ad una straordinaria opera di ricostruzione, ancora oggi un esempio di tenacia, ma anche di attenzione alle radici storiche (tra i simboli: il duomo di Gemona e il centro storico murato di Venzone, la cui ricostruzione terminò solo nel 1997) e al tessuto sociale, una attenzione che non sempre si è ripetuta nelle emergenze successive.

Tanti volontari contribuirono per lungo tempo alla ricostruzione fisica, ma anche – appunto – a tenere unite le comunità.
Il missionario comboniano padre Gianni Nobili da Venegono organizzò il gruppo “Braulins” che con molti ragazzi e ragazze si recò nel Comune di Trasaghis, nella frazione – appunto – di Braulins.

Braulins
Il cartello di via Albizzate a Braulins. Intorno le case moderne costruite con criteri antisismici, dopo che il terremoto aveva abbattuto le antiche case

Tra i volontari più numerosi c’erano quelli di Albizzate e Sesto Calende: nelle foto li si vede al lavoro sui tetti, ma anche mentre fanno animazione ai bambini, nelle tendopoli e poi nelle prime strutture provvisorie.
I nomi dei due Comuni varesini sono ricordati ancora oggi dai cartelli di due vie del paesino sulle rive del Tagliamento.

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

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Pubblicato il 07 Maggio 2021
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