Curtis Mayfield e il cinema black
Il soul e il funk arrivavano sugli schermi
Nel cinema USA dei primi anni ’70 partì la cosiddetta blaxpoitation, termine che indicava i B-movies rivolti al pubblico afroamericano: ebbero grande successo ma non mancarono le polemiche poiché finivano col dipingere la comunità black con degli stereotipi di papponi, prostitute e trafficanti di droga. Furono i primi film ad usare il soul ed il funk per le colonne sonore: la più famosa fu forse Shaft di Isaac Hayes nel 1971, ma quella considerata migliore in assoluto fu quella di Super Fly dell’anno seguente. Verrebbe da chiedersi come mai un artista come Curtis Mayfield, che avevamo già visto impegnato nel sociale e nella lotta contro le discriminazioni, avesse accettato un compito del genere. La risposta è semplice: perché riuscì a tirarne fuori un disco che sotto il profilo dei messaggi sono in molti a mettere di fianco a quella sorta di manifesto che abbiamo visto essere What’s going on di Marvin Gaye. E il sistema è quello di ribaltare il discorso del film: evidenzi il pusher straricco? Io ti parlo del suo cliente morto, tanto che nella pubblicità radio del disco Curtis diceva: “Remember: Freddie’s dead!”. Un disco di soul da conoscere anche se non vi entusiasma il genere.
Curiosità: da buon rielaboratore del cinema di serie B di quegli anni, Quentin Tarantino non poteva essere insensibile al fascino del genere, e, anche se lui negò, per molti critici il suo Jackie Brown si può infilare nel filone della blaxpoitation.
La rubrica 50 anni fa la musica
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