Dischi e ciambelle: la doppia carriera di Tim Horton

Campione sul ghiaccio con i Toronto Maple Leafs e imprenditore di successo tradito dalla passione per le auto sportive. Ma l'azienda di successo che ha fondato ne tiene vivo il nome e il ricordo

alla balaustra dischi e ciambelle tim horton

(d. f.) Nono appuntamento con la terza serie di “Alla Balaustra”, la rubrica ideata e scritta da Marco Giannatiempo, curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura e alle storie dell’hockey su ghiaccio. In questa puntata – che arriva con un giorno di ritardo, scusate! – il protagonista è un campione sia in pista sia nella vita imprenditoriale con una passione per le auto che si rivelerà fatale. Ma la sua azienda ne perpetuerà il nome.
“Alla balaustra” ha cadenza quindicinale e viene pubblicata il primo e terzo (ed eventualmente quinto) lunedì pomeriggio di ogni mese. I venti racconti delle prime due stagioni e il box con le puntate trasformate in podcast sono disponibili in fondo all’articolo.

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Qui “alla balaustra” non tutte le storie hanno un lieto fine, e questa è una di quelle. Eppure, quella di Tim Horton è una bella storia da raccontare, di sport e di imprenditoria.
Partiamo dalla fine, in tutti i sensi, visto che sono le 4:29 del 21 febbraio del 1974. Siamo sulla Queen Elizabeth Way, che è una lunghissima autostrada che si snoda lungo la provincia canadese. La QEW parte da Toronto e costeggia una parte del lago Ontario, per poi volgere, all’altezza di St. Catharines, verso Buffalo dove si sta recando.

Tim quella strada la conosce bene, e la sta percorrendo a tutta velocità sulla sua De Tomaso Pantera, una coupé di fabbricazione italiana dalle linee essenziali, alimentata da un motore Ford V-8, con 300 cavalli, in grado di spingere l’auto a velocità elevatissime. Quell’auto l’ha ricevuta come bonus, oltre allo stipendio, per tornare sul ghiaccio con la maglia dei Buffalo Sabres.
La lancetta del tachimetro continua a salire: 100, 120, 150, 180, Tim sente quella fantastica sensazione, adrenalina pura, che esplode nel sangue come fuochi d’artificio: è a un passo dalla morte ma non lo sa. Lui anzi sente la vita pulsare dentro di sé mentre alla radio passa Alabama Song dei Doors, uno dei pezzi più suonati in America in quel freddo febbraio del ’74: già, perché la cover del poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht rivista da Jim Morrison, è uno di quei pezzi che ti fanno tenere il ritmo con la testa, come sta facendo in quel momento Tim. È stanco, ma soprattutto ha troppo alcool in corpo e non solo alcool, visto che dopo l’incidente che gli toglierà la vita, troveranno anche tracce di anfetamine nel suo sangue. Lo schianto alle 4,30, contro un albero, sulle ultime note dei Doors.

Miles Gilbert “Tim” Horton nasce il 12 gennaio 1930 a Cochrane in Ontario, una piccola città nel nord del Canada ma la passione per l’hockey su ghiaccio esplode quando la famiglia si trasferisce a Timmins, dove emerge in maniera chiara il suo talento. In effetti le caratteristiche per diventare un grande atleta le possiede tutte: un buon fisico, ottimo pattinaggio e un’incredibile visione di gioco e per questo gli scout professionisti non hanno dubbi, il suo è un talento cristallino e va selezionato. Il primo ingaggio vero e proprio lo porta in Pennsylvania, con la maglia dei Pittsburgh Hornets, nel 1949 in American Hockey League: gli Hornets sono il “farm team” dei Toronto Maple Leafs, ed è la squadra in cui si forma in due anni di gioco in una delle leghe più dure e competitive di tutta l’America confermando le sue incredibili qualità.

Le “foglie d’acero” lo chiamano quindi in prima squadra, riservando per lui la maglia numero 7. Il primo anno è transitorio, c’è molta differenza tra leghe minori e NHL, ma Tim Horton è uno che impara presto e nella sua seconda stagione diventa titolare fisso, trasformandosi nel vero e proprio faro della squadra canadese contribuendo alla vittoria di quattro Stanley Cup.
Sul ghiaccio, pur avendo un numero di minuti di penalità assolutamente non elevato per il ruolo, si fa rispettare; oltre alla tecnica emerge la sua forza fisica e ne sa qualcosa in particolare l’ala dei Boston Bruins Derek Sanderson che, durante una rissa, morde Horton. Non per infierire su di lui deliberatamente ma, come affermerà in un’intervista, semplicemente per liberarsi dalla sua micidiale presa al torace con la quale si incrina due costole.
Forza fisica sì, ma molto bravo anche con il bastone, e da buon campione lascia il segno nella stagione 1962-63 realizzando 3 gol e servendo 13 assist in 12 partite di playoff, record per un difensore a Toronto battuto solo 30 anni dopo da David Ellett, capace di totalizzare nelle stesse partite 18 punti.

In quegli anni però la professione dell’hockeista non garantisce fondi necessari per vivere di rendita, e molti scelgono di investire in altro. Tim ci prova con un’hamburgheria, ma McDonald’s gli apre di fianco e fallisce; poi ci prova con le auto, la sua passione, fondando la “Tim Horton Motors”, ma anche quel business non funziona: è nel pieno della sua carriera e non può seguirla come vorrebbe. Passano gli anni e seguendo il consiglio dell’amico Jim Charade decide di investire su caffè e ciambelle, offrendo ai suoi avventori un ambiente molto sobrio e con prezzi accessibili. Il locale va bene, così tanto da crescere a tal punto da fargli terminare la sua carriera da sportivo per dedicarsi alla ristorazione: “Tim Horton Donuts” funziona, ed anche bene. Arriva un altro socio, il nome cambia in Tim Hortons, le caffetterie diventano 40 quando sulla sua scrivania trova una lettera: arriva dai Buffalo Sabres che lo vogliono sul ghiaccio e sono disposti a offrire 150.000 dollari per una stagione. Lui rifiuta, anzi mette una clausola per accettare: vuole assieme all’assegno anche una De Tomaso Pantera super accessoriata, che ha un valore pari a circa un terzo del suo stipendio. La società accetta e fa trovare sotto casa di Tim una Pantera bianca.

Un talento puro, ben coltivato quello di Tim, capace di lasciare un ricordo indelebile grazie alla sua grinta e la semplicità con cui si muoveva sul ghiaccio e fuori dallo stesso, dove da imprenditore cadde per due volte ma si rialzò, fondando quello che ad oggi è un vero e proprio impero, con 5.700 punti vendita, oltre al Canada e Stati Uniti la catena è presente anche in Cina, Regno Unito, Spagna, Messico, India, Thailandia e diversi stati del Medio Oriente.
Nel 1977, in maniera postuma, la Hockey Hall of Fame ha riservato per lui un posto speciale, a tributo della sua straordinaria carriera sportiva e alla sua vita in generale, esempio cristallino di come talento, passione e determinazione possano lasciare un’impronta duratura.

ALLA BALAUSTRA – Leggi le puntate precedenti

IL PODCAST – “Dalla Balaustra” è anche un podcast trasmesso su Radio Materia e disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. Nel box sottostante trovate tutte le puntate pubblicate fino a ora.

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Pubblicato il 17 Febbraio 2026
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